Turismo
A Palermo nasce “Degustiviae”, la prima strada del vino siciliana
Si tratta di un’idea che nasce vecchia o è piuttosto un nuovo modello di enovia? Stefano Tesi, in un momento storico in cui le "strade del vino" battono la fiacca, indaga sul fenomeno con Piero Buffa
06 dicembre 2008 | Stefano Tesi

Le premesse non erano incoraggianti. Un convegno ad hoc â a margine della kermesse enoica palermitana novembrina, Degustivina, ormai classica vetrina della produzione siciliana â per presentare una nuova âstrada del vinoâ: anzi la prima nella regione. In un momento però in cui delle strade del vino non solo si mette in discussione il modello, ma da più parti si lamenta il totale fallimento.
Né valevano a dissipare i dubbi i numeri snocciolati durante la presentazione: nei suoi 84 km di lunghezza la Statale 624 - questo lâasse viario prescelto: la strada a scorrimento veloce che, senza attraversare alcun centro abitato, unisce Palermo a Sciacca, costruita tra mille problemi tra il 1980 e il 2006 - solca unâarea vinicola capace di produrre 55 milioni di bottiglie per un fatturato di 122 milioni di euro. Fatti due conti, fanno 655mila bottiglie a chilometro, al costo di 2,21 euro a bottiglia. Una fiorente industria, viene da pensare, ma forse senza la qualità e le eccellenze indispensabili per fare da volano di valorizzazione del territorio. Un territorio in cui, per ammissione degli stessi ideatori, la presenza delle strutture necessarie, come si dice, a âfare sistemaâ (hotel, agriturismi, ristoranti, cantine attrezzate, musei, emergenze architettoniche e culturali, etc) è, eufemisticamente parlando, molto rarefatta, se si eccettuano alcuni siti archeologici di grande valore (Jeta, Entella, Monte Adranone) ma appetibili solo agli specialisti e non certo al grande pubblico. A proposito del quale è stata poi più volte evocata lâimmagine del pullman, non senza qualche brivido lungo la schiena del cronista.
A margine, inoltre, non erano mancate le polemiche da parte di produttori non inclusi nel âmagnifici 27â chiamati a costituire lâistituendo ente. Né aveva dissipato certe perplessità , il giorno successivo, la visita sul campo, che ha toccato campagne di struggente bellezza, luoghi di alto significato simbolico (come San Giuseppe Jato, dove il comune ha trasformato in mausoleo in casolare in cui fu tenuto prigioniero per due anni, poi ucciso e infine disciolto nellâacido, il piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito di mafia Pupetto), bei vigneti, senza però dare lâidea di un luogo pronto ad accogliere flussi di visitatori che, sempre nelle intenzioni degli organizzatori, dovrebbero assimilarsi addirittura al fenomeno di Napa Valley.
Possibile che il progetto fosse così velleitario?
Lo abbiamo chiesto a Piero Buffa, vicepresidente dellâAssociazione Enos che promuove lâiniziativa e deus ex machina di Degustiviae.
Tecnicamente parlando, cos'è oggi Degustiviae: un'idea, una proposta o un progetto strutturato?
Eâ una proposta che ha incontrato il parere entusiasta dei migliori produttori della 624: da Planeta a Cusumano, da Donnafugata a Rapitalà e Calatasi. Stiamo tuttora lavorando alla definizione del progetto, che per ovvi motivi non sarà âdemocraticoâ in senso stretto: partiremo con un nucleo di produttori ridotto, che sicuramente includerà quelli che ho menzionato.
Quali sono i "numeri" in termini di costi, tempi, investimenti, indotto previsto?
Appena definito il business plan sarò più preciso. Comunque sia, il nostro è un progetto a lungo termine.
Ma è già stato presentato ufficialmente? Chi sono i partner? Nei vostri comunicati si parla di un "futuro intervento": non ho però capito quale, nè ad opera di chi.
Eâ unâiniziativa strettamente privata. Questo dovrebbe metterci al riparo dalle disfunzioni tipiche delle strade del vino, appoggiate al sistema pubblico. Abbiamo comunque già avuto, dopo la manifestazione di Palermo, alcune richieste di coinvolgimento da parte dei comuni vicini ai siti archeologici che abbiamo visitato, come San Giuseppe Jato, Contessa Entellina. Sambuca di Sicilia, Menfi. Ora dobbiamo incontrarci per definire i termini dellâeventuale collaborazione.
Ci sono cose, nel progetto, che paiono confliggenti. La "ruralità " dei territori interessati sembra in contrasto con le dichiarate ipotesi di "centri di accoglienza", di visitatori in pullman e di un modello ipercommerciale ispitato a Napa Valley. Il tutto in un momento in cui il concetto di "strada del vino" è in crisi e fuori moda. Così concepito, il progetto non rischia di nascere "vecchio"?
Lâobbiettivo primario è far diventare un valore di mercato tutte le emergenze storiche e culturali del territorio. Occorre âraccontarloâ utilizzando la visibilità dei produttori vinicoli locali, che faranno da supporto ai grandi attrattori che abbiamo in cantiere: concorsi fotografici, letterari e cose simili. Non è nostra intenzione riproporre lâennesima strada del vino. Il recupero del territorio che queste esprimono è di solito volgare, troppo ristretto e chiuso. Non faremo centri di accoglienza, faremo dei âcornerâ con punti di informazione al porto di Palermo, dove ogni anno arrivano 350.000 croceristi), e spiegheremo alla gente che alle porte della città câè un tesoro di bellezze emozionanti.
Lungo la 624, però si producono circa 55 milioni di bottiglie per un valore di 122 milioni di euro: meno di 2,21 euro di media. Che appeal può avere sul pubblico una produzione dignitosa, ma commerciale e senza picchi in grado di fungere da catalizzatori? E perchè un'azienda di eccellenza dovrebbe condividere con altre il proprio prestigio?
Per valutare il fattore del prezzo medio, occorre considerare che su di esso incide il numero di pezzi prodotti da una realtà come Settesoli\Mandrarossa, capace da sola di 20.000.000 di unità , cioè il 40% del totale. Pensiamo però che sono proprio le aziende di eccellenza che hanno bisogno di fare network, in un mercato è sempre più competitivo in cui il territorio costituisce un forte valore differenziale che va raggiunto, anche se, come detto al convegno, spesso i produttori non hanno ancora chiaro cosa è e come esattamente intendono sviluppare questo loro territorio. Noi, da parte nostra, le idee invece ce le abbiamo. A tale proposito, il risultato del questionario che abbiamo inviato alle aziende è illuminante: le risposte ricevute sono state a volte incredibili per ingenuità , se si pensa che si tratta spesso di marchi consolidati. con un appeal commerciale di tutto rispetto. Anche se questo, in verità , è un problema che attiene più che altro alla pessima comunicazione che affligge tutto il mondo vinicolo italiano.
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