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Il futuro dell’olivo nella pianura padana

Il futuro dell’olivo nella pianura padana

Mente l’agricoltura viene abbandonata, la superficie coltivata a olivo per azienda  aumenta nel tempo nell'Italia settentrionale ma restano molti dubbi sulla trasformazione ecologica, sociale ed economica

21 marzo 2024 | R. T.

L'areale mediterraneo dell'olivo migra progressivamente verso nord come risposta al riscaldamento climatico.

Un gruppo di ricerca guidato dall’Università di Sassari ha testato questa ipotesi per l'Italia, un Paese dell'Europa meridionale con marcate disparità climatiche tra un regime continentale nelle regioni settentrionali e un regime semi-arido e mediterraneo nelle regioni meridionali, durante gli ultimi tre decenni, utilizzando dati statistici e un'ampia revisione della letteratura e aggiornando un rapporto preliminare che copre un intervallo di tempo più breve.

Le precipitazioni medie annue sono diminuite più rapidamente nel Nord Italia rispetto al resto d'Italia, da 1.020 mm nel periodo 1951-1980 a 870 mm (-150 mm) tra il 1981 e il 2010. Le precipitazioni sono diminuite dello 0,56% all'anno nell'Italia settentrionale rispetto allo 0,54% e allo 0,39%, rispettivamente, osservati nel Centro e nel Sud Italia.

Il calo maggiore delle precipitazioni è stato osservato negli anni più recenti. L'indice di aridità ha mostrato un andamento simile, diminuendo dello 0,68% all'anno nel Nord Italia rispetto allo 0,60% e allo 0,46%, rispettivamente, registrati nell'Italia centrale e meridionale.

Le coltivazioni di olivo si sono espanse nell'Italia settentrionale rispetto alle altre parti d'Italia.

Nel 1992 la coltura dell'olivo era presente in 54 distretti agricoli dell'Italia settentrionale (su 107 distretti totali), diventati 78 nel 2000, 80 nel 2009 e 81 nel 2018. Pertanto, il loro incremento è stato del +49% nell'intero periodo (1992-2018). Questo tasso di crescita è stato il più alto osservato in Italia (rispetto al 4% e al 19% registrato rispettivamente nell'Italia centrale e meridionale nello stesso intervallo di tempo) e indica un'espansione diffusa della coltura dell'olivo, soprattutto nei distretti di pianura padana.

La superficie coltivata a olivo era relativamente bassa (0,20% della superficie totale indagata) nell'Italia settentrionale, mentre è aumentata di quasi l'1% nel periodo 1992-2018, un valore particolarmente elevato per una coltura tradizionalmente non idonea.

La superficie olivicola è diminuita dello 0,9% sia nel Centro che nel Sud Italia nello stesso periodo.

Durante l'ultimo periodo intercensuario (2000-2010), il numero di aziende agricole con coltivazioni di olivo in regioni non mediterranee del Nord Italia è aumentato rapidamente, Piemonte (+391 aziende) e Friuli-Venezia-Giulia (+256 aziende), nonostante il numero cumulato di aziende sia diminuito significativamente in tutto il Nord Italia. Le aziende agricole con coltivazioni di olivo sono aumentate dal 2,5% al 3,4% in Lombardia e dal 3,5% al 5,0% in provincia di Trento.

Gli oliveti sono aumentati in modo ancora più evidente in Emilia-Romagna (+1.017 ha), coprendo lo 0,23% della superficie totale della regione nel 2000 e 0,35% della superficie totale della regione.

Associare le trasformazioni del paesaggio ai cambiamenti climatici è certamente appropriato. Ma il clima non è l'unico attore alla base del cambiamento d'uso del suolo.

La siccità e l'aridità sono certamente parti di un paesaggio più fragile: sono condizioni necessarie ma non strettamente sufficienti.

In questa prospettiva, lo studio fornisce evidenze empiriche sull'intrinseco spostamento verso nord dell'areale geografico dell'olivo nell'Italia settentrionale, in parallelo con intense variazioni climatiche verso l'aridità.

Una criticità di questa espansione è rappresentato dal rapporto costi-benefici dell'introduzione di una coltura rustica e a basso reddito come l'olivo in terreni potenzialmente fertili e ad alto valore aggiunto del Nord Italia.

A questo proposito, vale la pena ricordare che la superficie coltivata a olivo per azienda agricola aumenta nel tempo nell'Italia settentrionale, parallelamente a una significativa diminuzione del numero di aziende agricole attive e della superficie totale coltivata.

Queste trasformazioni potrebbero avere impatti specifici (sia positivi che negativi) sul sistema socio-economico e sulle caratteristiche ambientali e dovrebbero essere monitorate in modo approfondito sia dal punto di vista ecologico che sociale.

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