Anno 16 | 21 Novembre 2018 | redazione@teatronaturale.it ACCEDI | REGISTRATI

Nell'argilla le virtù della madre terra e i vizi della varia umanità

L'utilizzo della terracotta nel settore vitivinicolo può restituire unicità a un prodotto che sta scontando una banalizzazione e una standardizzazione mondiale. Ripercorre, in modo diverso, un antico cammino ci insegna anche che certe storie, come la contraffazione sull'origine, si ripetono nei secoli

La terracotta è stato sicuramente il contenitore più antico, se escludiamo le pelli, per il vino.

In Iraq sono stati ritrovati reperti, d'origine neolitica, di anfore d'argilla che contenevano vino. In Georgia vi sono testimonianze storiche certe di un utilizzo della terracotta fin dal V secolo a.C.

Ripercorrere la storia dell'uso dell'argilla attraverso le parole del Prof. Attilio Scienza, dell'Università di Milano, è sempre emozionante, sapendo coniugare aspetti tecnici con argomenti emozionali, suscitando curiosità e interesse.

In una giornata dedicata al vino e all'argilla, un binomio certamente inusuale ai giorni d'oggi, di fronte a un pubblico vario e variegato, il percorso è stato avvincente, stimolante e utile per un approccio meno banale con il vino e i suoi significati.

Ricordare che la terracotta, all'inizio della storia umana, veniva utilizzata per creare statuine raffiguranti la madre terra deve far riflettere e non può che collegarsi con la forma dell'anfora, che richiama quella dell'utero materno. Al di là dell'aspetto evocativo, tuttavia, recenti studi francesi sembrerebbero dimostrare che proprio questa forma circolare e allungata possa favorire la vita dei lieviti e quindi agevolare la fermentazione.

Ripercorrere la storia dell'uso dell'argilla nei secoli ci insegna anche qualcosa su noi stessi, ovvero che, in fondo, l'umanità non è cambiata così tanto. Sulle anfore più preziose venivano disegnati grappoli e foglie di vite, una sorta di ampelografia viticola ante litteram, che arricchivano la “bottiglia” così come oggi fa l'etichetta.

Già, perchè le anfore, nell'antichità, servivano a identificare l'origine e le caratteristiche del prodotto contenuto, grazie a forma, dimensione, chiusure e sigilli. Per ogni area viticola vi era una particolare anfora a distinguerla. E, già ai tempi, non mancavano gli episodi di contraffazione, come ci insegnano gli archeologi. L'isola di Chio, in Grecia, decise di investire in marketing e conferì l'incarico a Prassitene, famoso artista dell'epoca, di realizzare un'anfora propria per l'isola. Il vino di Chio così viaggiava nel mondo antico con una propria precisa connotazione, che ne esaltava le caratteristiche e il prezzo. Capitò così che gli Etruschi, gli affaristi dell'epoca, decisero di copiare l'anfora di Chio, immettendo però il loro vino, all'epoca considerato meno pregiato. Una frode bella e buona che gli archeologi moderni hanno scoperto perchè l'argilla di Chio era ricca di cadmio,al contrario di quella etrusca. Fu forse il primo caso di contraffazione di marchio vitivinicolo nella storia. Chi di spada ferisce, di spada perisce e così Roma, in epoca imperiale, dovette subire la stessa sorte, ad opera dell'industriosa Marsiglia. Ai giorni d'oggi la questione è solo più sofisticata.

Virtù e vizi, immagini e storie che Attilio Scienza ha voluto riassumere con un messaggio poco tecnico e molto pratico: “per combattere la banalizzazione del vino, come bevanda con un gusto standardizzato e stereotipato, occorre forse tornare a sentori più antichi. Contro le multinazionali del vino occorre fare un ritorno anche a vecchi messaggi.”

E' un percorso che è storia quotidiana in Georgia, dove non hanno mai vinificato in acciaio o legno, ma sempre e solo in terracotta, ma per l'Italia, si tratta di un'esperienza nuova, da scoprire e riscoprire.

Ci si sono provate quattro aziende, da nord a sud, che hanno presentato il loro prodotti nel corso dell'evento Ritorno all'Argilla, organizzato da Muratori a Suvereto (LI).

Quattro aziende, quattro vini, quattro modi diversi di interpretare l'argilla. Iniziamo dunque il viaggio.

L'azienda vinicola Savese di Taranto vive l'argilla come un elemento di tradizione, cercando così di esaltare la territorialità. I contenitori, che vengono tramandati di generazione in generazione, sono i capasoni. I primi risalgono al 1920 e contengono circa 220 litri di vino. E' dai capasoni che nasce il Capasonato Primitivo di Manduria, vino fruttato, con sentori chiari di frutti di bosco e prugne. Si distungue per morbidezza e dolcezza, con un fondo marsalato. In bocca è dolce con un finale acido e speziato. E' il colore a stupire, granato profondo al centro del bicchiere per finire con un aranciato, quasi argilloso, ai bordi.

Un salto dalla Puglia alla Sicilia dove l'azienda agricola Cos di Vittoria (Rg) sposa l'anfora “solo” dal 1980 credendo che il legno fosse troppo invadente per un vitigno come il Frappato che è “cicciottello”. L'argilla fa maturare e respirare, senza cedere, al contrario del legno. Utilizzate giare da 400 litri che fanno del Pinthos Rosso un vino aperto, fiorale, con colore molto intenso, anche se non iperconcentrato. Verde e fresco, in bocca si distingue per un carattere soave con acidità e sapidità in equilibrio.

Dall'estremo sud fino all'estremo nord dove Elisabetta Foradori si dedica al vino in argilla da 30 vendemmie. L'argilla, per lei, sa restituire al vino il sapore della terra perchè la terracotta è un moltiplicatore di energia e un traghettatore della purezza della terra. Il vino in legno non ha questa purezza poiché vive in coppia, è la fusione di due elementi. Il suo Teroldego Morei è di un bel colore violeceo, fresco e minerale, quasi vere e molto vegetale. In bocca si percepisce la sensazione di marasca, lievemente acidula, e un tocco agrumato. E' però anche un vino molto strutturato e complesso, oltre che persistente.

Scendendo in Toscana, ai padroni di casa della Fratelli Muratori, l'approccio all'argilla è stato di tipo evocativo ed emozionale. A Suvereto hanno immerso i piedi nell'argilla e hanno ritenuto che all'argilla il vino dovesse tornare. E' nato così il Barriccoccio, un contenitore, a forma di barrique, da cui ha preso il nome anche il vino, studiato affinchè, anche dal punto di vista enologico il prodotto rispecchiasse l'idea del territorio. Dal punto di vista tecnologico la particolare forma e il materiale consentono una maggiore sospensione della feccia fine nel vino e ne esce un granato violeceo, con tonalità accese. Una fiamma dalla quale si diramano sentori di frutti di bosco accompagnati da erbe e una nota di violetta. In bocca colpisce per la combinazione tra maturità e freschezza. E' come se fossero racchiusi in bottiglia il calore della terra e la vigoria del Sangiovese che si esprime al meglio nel finale ruvido, lievemente astringente.

di Alberto Grimelli
pubblicato il 18 ottobre 2013 in Racconti > Quo vadis

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