Mondo Enoico

LO STATO DEI MERCATI DEL VINO SECONDO L'ANALISI DI ANDREA SARTORI: I CONSUMI CONTINUANO A CRESCERE A TASSI COSTANTI. NOTIZIE POSITIVE PER IL NOSTRO EXPORT, MA NON MANCANO ELEMENTI DI CRITICITA'

La relazione del presidente Unione italiana vini illustra un quadro composito. In un quadro in cui si intrecciano potenzialità da sviluppare e prospettive incoraggianti di crescita per il settore, fa da contraltare una situazione produttiva molto frammentaria, ad alto tasso individualistico e di scarsa coesione

07 aprile 2007 | Andrea Sartori

Presentiamo qui di seguito la relazione del presidente dell'Unione italiana vini Andrea Sartori, pronunciata in occasione della conferenza stampa in cui si è annunciata l'uscita dell'annuario "Enotria" 2007, interamente dedicato al tema della promozione del vino (ma anche dell'olio di oliva, con un ampio dossier sul tema di Luigi Caricato). Annuario ch'è possibile richiedere all'indirizzo redazione@corrierevinicolo.com.



Nel 2005 si sono prodotti nel mondo 278 milioni di hl di vino (-7% rispetto al 2004). I consumi continuano a crescere a tassi costanti: dal 2000 al 2005 si è infatti passati da 225 a 236 milioni di hl, quindi anche lo scarto tra produzione e consumo nell’ultimo anno si è ridotto a circa 42 milioni di hl. Tuttavia la situazione dei consumi è diversificata da continente a continente (Previsioni Vinexpo e dati Oiv).

L’Europa si presenta a due facce: i consumi sono da tempo stazionari per quanto riguarda i Paesi produttori di vino (Italia, Francia e Spagna), mentre sono previsti in crescita in Gran Bretagna e nei Paesi del Nord, i quali compensano il calo della Germania, sbocco primario in Europa per l’export italiano, dove i consumi dei nostri vini sono calati del 15,6% dal 2001 al 2005.

La Gran Bretagna in particolare è destinata a diventare nel 2010 il primo mercato europeo a valore, con una cifra d’affari pari a 9,5 miliardi di dollari. Tuttavia dal 2003 il mercato britannico è sbilanciato a favore dei vini del Nuovo mondo, che hanno raggiunto il 56% di quota, con Australia e Usa al primo e terzo posto, e l’Italia al quarto (seconda la Francia): si tratta quindi di progettare una sorta di riconquista delle posizioni perdute.

Entro il 2010, gli Stati Uniti supereranno l’Italia e diventeranno il principale mercato mondiale per consumo di vino e spumanti, per un totale di 28,7 milioni di ettolitri, corrispondenti a 3,8 miliardi di bottiglie. Siamo primi su questo mercato, abbiamo superato il record storico di 1 miliardo di dollari di vendite nel 2006, ma il divario con l’Australia è sottile e da qui ai prossimi anni bisognerà guardarsi dagli stessi vini statunitensi, il cui consumo è previsto in crescita del 15% dal 2005 e il 2010.

Capitolo Asia. A prima vista il continente stupisce per la crescita dei consumi, che dal 2001 al 2010 dovrebbero aumentare del 45% a volume; se si osserva più da vicino la situazione ci si rende conto che si tratta ancora di quantitativi molto limitati: tra tre anni, infatti, l’intero continente potrà arrivare a consumare 9,4 milioni d’ettolitri di vino, pari a circa solo il 4% del totale mondiale. A valore poi la crescita è ancora inferiore, +20%, il che confermerebbe la difficoltà che i produttori incontrano nel proporre vini a più elevato valore aggiunto, soprattutto sul mercato indiano e cinese, dove tra l’altro l’esplosione dei consumi domestici è ancora di là dal venire.

Veniamo alla disamina del nostro export. Le ultime notizie sono positive. Il 2006 ha chiuso con 17 milioni di ettolitri per un valore che supera i 3 miliardi di euro e un incremento percentuale in volume pari all’8%, mentre per quanto riguarda i valori il dato si situa al +4,5%. A parte una lievissima contrazione nel 2003, l’export in termini di valore negli anni Duemila non ha conosciuto battute d’arresto.

Tuttavia, anche qui non mancano elementi di criticità. Ne sottolineo due.
Il primo: la crescita dell’export in questi ultimi anni non è stata accompagnata da un parallelo aumento della nostra quota di mercato a livello mondiale: dal 1996 al 2000 era in media del 24%, è scesa al 19% nel 2005. Senza andare troppo lontano, citando spauracchi ormai noti, come Australia, Argentina e Stati Uniti, basta allungare lo sguardo di là del Mediterraneo per scoprire un formidabile competitor: la Spagna, che ha investito moltissimo sul proprio vigneto, divenuto primo al mondo con oltre 1 milione di ettari, e ha visto crescere costantemente i volumi esportati e la quota di mercato, passata negli ultimi dieci anni dal 14% al 18%.

Secondo fattore di criticità: la scomposizione dell’export in base alle destinazioni ci fa scoprire che il 90% circa del nostro vino trova sbocco in 11 mercati. Ossia oltre 2,5 miliardi di euro sono diretti in un pugno di Paesi e il rimanente 10%, pari a 300 milioni di euro, viene distribuito in oltre 160 mercati.
E’ evidente che il ribilanciamento del nostro export è un fattore vitale: essere presenti in modo massiccio solo su pochi mercati ci priva di quelle cinture di sicurezza che potrebbero ammortizzare i contraccolpi di eventuali crisi, come è successo di recente in Germania.

D’altra parte il mondo del vino dimostra di avere delle particolari attrattive nei confronti delle nuove generazioni e ha quindi ancora delle potenzialità da esplorare e sviluppare in termini di professionalità. Prendendo in esame, ad esempio, l’offerta formativa in questo particolare settore bisogna innanzitutto segnalare che le lauree che introducono in modo specifico al mondo del vino sono di recente introduzione – si è passati dai diplomi universitari all’istituzione di corsi di laurea triennali in viticoltura ed enologia, con possibilità di aggiungere un ulteriore biennio di specializzazione – e in totale sono già più di una ventina in tutta Italia e rientrano nelle Facoltà di Agraria.

Più numerosi invece gli istituti superiori di Agraria, circa una settantina. Gli iscritti al corso triennale di laurea in viticoltura ed enologia nell’anno accademico 2006-2007 sono poco più di 1.600. L’introduzione, poi, dell’autonomia didattica ha concesso alle università la facoltà di disciplinare gli ordinamenti didattici dei propri corsi dando il via sia ad una serie di altri corsi di laurea attinenti al mondo del vino, della viticoltura, dell’agroalimentare..., sia a master in materie attinenti al settore, cioè corsi di perfezionamento e di alta formazione permanente rivolta sia agli studenti sia ai professionisti. E Master e corsi di studio analoghi rientrano anche nell’offerta di altre scuole o imprese. Tanto per fare degli esempi: si va dal master in Enologia e sommellerie a quello in analisi sensoriale, dal master in Viticoltura ed Enologia europea e internazionale all’Executive education in wine business...

A questo panorama, dove si intrecciano potenzialità da sviluppare e prospettive incoraggianti di crescita per il nostro settore, fa tuttavia da contraltare una situazione produttiva molto frammentaria, ad alto tasso individualistico e scarsa coesione. Esempio lampante è proprio la mancanza, ad oggi, di un marchio-Paese della nostra migliore produzione enologica, che possa essere bandiera del vino italiano e dei suoi punti di forza nella promozione sui mercati esteri.

Credo però che il risultato del concorso che abbiamo indetto con Enotria sia importante: è il segnale che le nostre produzioni possono trovare un denominatore comune, pur nelle loro infinite diversità, ed è uno stimolo ulteriore, per tutto il comparto, a trovare un’unità di intenti e di azione.

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