Editoriali
Ha un senso tutto questo?
09 febbraio 2008 | Stefano Tesi
Innanzitutto complimenti per la nuova veste e la nuova sostanza di TN, che leggo sempre volentieri (per quanto volentieri possano leggersi le cronache della nostra disgraziata agricoltura).
E' proprio a tale riguardo che mando questo commento di tenore apparentemente eterogeneo e che prende spunto dai numerosi argomenti affrontati sull'ultimo numero della rivista.
Sembrerà che la prenda da lontano, ma non sarà inutile.
"Uno squallido uno a uno", hai giustamente titolato il pezzo sul pareggio tra agricoltori e burocrati (link esterno).
Eppure... Eppure, cambiando settore, l'1-1 è altrove sintomo di successo. Un esempio? L'unico segmento del comparto ricettivo alberghiero che non conosce crisi, nonostante qualsiasi congiuntura, è quello dell'extralusso: quello cioè in cui il rapporto ospiti-personale di servizio è 1:1. Come dire che ogni cliente ha il "suo" cameriere. Questo per dire che quando un comparto economico "gira", non sempre l'aggravio di apparati è un ostacolo o un onere. Al contrario: l'esubero dei servizi è uno dei combustibili necessari ad alimentare la fiamma del sistema.
Ora la prendo dal capo opposto.
A tutti è capitato di commentare che qualcosa "è diventata troppo cara": il pane, la benzina, la colf, le vacanze, il ristorante, il cinema.
Spesso però capita di accorgersi che, esattamente come a te e ai tuoi amici (in pratica: al tuo "gruppo sociale") certi generi appaiono cari e quindi ci rinunci o ne limiti il consumo, per altri i medesimi generi non sono cari affatto e continuano ad essere consumati allegramente, senza troppi problemi. Si tratta di scellerati, o di ricchi sfondati? Macchè. Nella maggior parte dei casi infatti, non sono loro che sono "ricchi", ma te (o meglio il ceto, la categoria, il gruppo sociale a cui appartieni) ad essere diventato "povero". I tuoi redditi si sono abbassati al punto (o, che è la stessa cosa, i prezzi si sono alzati al punto) che non puoi più permetterti determinati beni o servizi. Si tratta di quel fenomeno che alcuni sociologi hanno definito "proletarizzazione del ceto medio".
Ora, a mio parere, i casi dell'1:1 tra operativi e burocrati e quello della vita divenuta "troppo cara" a prescindere sono due facce della stessa medaglia.
Oggi l'agricoltura "reale" (cioè quella "rurale", non industriale e non commerciale, che si fa soprattutto nei campi in modo tradizionale) non può infatti permettersi nè esuberi di burocrazia, nè determinati beni o servizi: non però perchè i primi e i secondi siano divenuti "cari" in valore assoluto, ma molto più semplicemente perchè i redditi agricoli, e con essi il livello di sicurezza e di fiducia sociale che accompagna i consumi, hanno ormai superato la soglia minima di tollerabilità . L'agricoltura è diventata genericamente (e le rare eccezioni confermano la regola) un settore di "poveri". Poveri di liquidità , ovviamente, perchè gli immobilizzi di capitale sono enormi e quindi, apparentemente, gli agricoltori sono "ricchi". Ma sai bene che con i (teorici) valori fondiari non si pagano il pane, o il benzinaio, o i conti del macellaio.
Questa è una verità incontestabile che per mille ragioni (non ultima l'intima dignità di chi vive in campagna e che tende a spacciare per sobrietà le proprie ristrettezze) non è affatto facile conclamare apertamente.
Tutto ciò si connette, in un ampio arco fenomenologico, con quanto giustamente scrive Grimelli a proposito degli ogm (link esterno).
La manipolazione genetica porta in natura conseguenze irreversibili (dico irreversibili, non negative a priori). In tal senso, essa è simile al nucleare. Ad essa si può essere legittimamente contrari sotto il profilo ideologico. Io ad esempio, lo sono.
Ma premesso questo, bisogna aggiungere che il nucleare e gli ogm fanno parte da un pezzo della realtà in cui viviamo. Giusto o sbagliato che sia, in Italia abbiamo rinunciato al nucleare, ma abbiamo le centrali francesi a due passi: quindi, va bene la rinuncia ideologica all'atomo, ma il rischio di contaminazione ce l'abbiamo praticamente sulla porta di casa e nessuna nostra rinuncia potrà preservarcene. Idem per gli ogm: sono ormai parte integrante, se non prevalente, del sistema mondiale, del mercato, del commercio delle sementi. Respingerli a priori può essere una scelta ideologica legittima e forse condivisibile, ma ciò non ci mette al riparo delle conseguenze derivanti dal fatto che gli ogm ci sono già , ovunque. Quindi la contaminazione mi pare, se non probabile, comunque possibile.
Dunque ha ragione Grimelli: dire no agli ogm non basta, perchè ciò comporta per il nostro paese conseguenze economiche importanti a cui certamente non si può sopperire con il solo potenziamento (e senza entrare mel merito della spinosa questione specifica) del biologico. Occorrerebbe una scelta di fondo coraggiosa, ma davvero coraggiosa e di enorme portata, tendente a riformare il sistema in modo tale da ridare vigore reale all'intero comparto, con costi che non potrebbero nè dovrebbero essere computati sotto il semplice punto di vista quantitativo, ma soprattutto da quello qualitativo e "sociale" della riforma. Una quasi rivoluzione, insomma, capace di ricondurre l'agricoltura al centro dell'economia e del sistema italiano.
Utopia? Da un lato, certamente sì. Ma, dall'altro, anche una necessità inderogabile, se si vuole rinunciare agli ogm, che poi sono sinonimo di globalizzazione e quindi di appartenenza alla comunità economica internazionale.
Ma eccoci al punto: si parla di riportare al centro del sistema un comparto, l'agricoltura, poco più sopra giustamente e concordemente definito moribondo, ormai ridotto a servizio per il mantenimento dell'apparato burocratico. E in cui (e qui mi riaggancio al pezzo sul caporalato del lavoro agricolo - link esterno - e a miei precedenti interventi sull'ambigua valenza del cosiddetto lavoro nero in agricoltura - link esterno), mentre dal lato della pubblica amministrazione si "impone" agli agricoltori la massa dei burocrati, da quello della malavita (alimentata, diciamolo, anche dai guasti burocratici di cui siamo preda) si "impongono" ai medesimi la manodopera, i prezzi e tutto un sistema di metodi illeciti.
Dunque, ricapitolando. Di qua si vagheggia la necessità di rifare dell'agricoltura uno dei pilastri economici e sociali della nazione, di là si prende atto dell'ormai quasi definitivo fallimento del comparto, massacrato dalla burocrazia, tartassato dalla malavita e privato dei redditi minimi indispensabili.
Ha un senso tutto questo? E che concrete prospettive possono aversi?
Lascio a te a ai lettori ogni commento.
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