Editoriali

LA GRAVE CRISI DEL VINO

15 ottobre 2005 | Stefano Tesi

"Dio è morto", cantavano I Nomadi. Il vino anche, secondo Franco Bonaviri. Vittima (il vino) dello smarrimento della sua anima rurale.

A me sembra che le cose stiano un po' diversamente.

Che il vino abbia perso il suo connotato di prodotto agricolo e abbia assunto quello di prodotto industriale a tutto tondo, con un'eccezione quasi casuale per la fonte della sua materia prima, è un dato acquisito da qualche decennio. Tutto, nel mondo del vino, obbedisce a logiche, dinamiche, sistemi di tipo industriale: strategie di investimento, cicli produttovi, tecniche commerciali, distribuzione, marketing, indotto, ricerca, analisi finanziaria. Persino in ambito dei grandi tavoli di concertazione internazionale, tipo Wto, il vino viene trattato ormai come altro rispetto alle comuni derrate agricole. E il fatto che, intorno a questo nucleo, continuo a galleggiare migliaia di piccole o grandi realtà rurali, è del tutto irrilevante. Anche nel calcio del resto esistono il Chievo e il Lecce, ma nessuno può mettere in dubbio che i pilastri del sistema siano quelli rappresentati da Juve, Milan, Inter, Roma, Sky, digitale terrestre, calciatori&veline, merchandising, etc.

La grave crisi che ha colpito il settore è pertanto una crisi di tipo industriale, con tutti i caratteri della strutturalità. Magari l'impennata dei prezzi e la caduta delle vendite dipendesse dall'avvento dei soliti parvenu citati da Bonaviri - attrici, cantanti, vip, nani e ballerine - o da ragioni contingenti. E magari la colpa fosse solo del desiderio di guadagni rapidi e facili di qualche raider, o dei capricci tariffari degli uffici vendite.

Il caro-prezzi del vino è solo la punta dell'iceberg di una degenerazione del sistema ben più profonda e complessa. E' l'esito finale di una concatenazione di lungo periodo a cui è pressochè impossibile far fronte in tempi brevi o con rimedi semplici. E men che meno possono farvi fronte quelle residue frange di mondo rurale ancora coinvolte nel comparto. Senza che nessuno se ne accorgesse, il vino era divenuto (con l'agriturismo, cui i tristi destini lo abbinano) una tipica bolla speculativa destinata a scoppiare. Ecco, ora il bubbone è scoppiato.

Essendo un'industria, il vino ha attirato negli ultimi vent'anni enormi capitali, ha creato enormi mercati sui quali agire con enormi e complessi sistemi di vendita, in base a articolatissime strategie di penetrazione mondiale e di induzione al consumo. I corsi del vino sono divenuti quindi influenzabili, come ogni prodotto industriale, da tipici meccanismi automatici che agiscono, a catena, in tempo reale: se crolla la borsa di Tokio o di Seul, il mercato del vino finisce così per risentirne.

Il punto critico è che, industrializzatosi, il prodotto-vino non è più elastico, capace di adattarsi a mille mercati e ai mille tipi di consumo e di consumatore di una volta, indipendenti l'uno dall'altro o comunque legati tra loro da relazioni non dirette. Oggi ogni cosa è globale e rigida. Tutti sappiamo, ad esempio, quali furono le conseguenze prodotte sul mercato tedesco un paio di anni fa, quando il cartello di alcune colossali corporation vinicole australiane decise da un giorno all'altro di abbassare del 20% i prezzi del proprio vino su quella piazza.

Ristrutturatosi su basi industriali anche in Italia (sarebbe del resto stato difficile fare diversamente), il vino italiano paga però le viscosità e le diseconomie tipiche del nostro paese. Inefficienze croniche da un lato, eccessi di ottimismo da un altro, conti sbagliati, una buona dose di provincialismo e pressappochismo e indebitamenti fuori controllo da parte delle aziende - che ingenuamente si erano illuse di una crescita indefinita del mercato - oggi fanno sì che i nostri vini non solo costino troppo, ma che la composizione del loro costo non consenta marce indietro. Ecco perchè siamo destinati a lasciare sul campo morti e feriti. Questa, del resto, è la legge della globalizzazione e dell'industria.

Vagheggiare dunque, di fronte a tutto questo, un ritorno al vino "agricolo" è forse un rimedio che può riguardare lo stile di vita dei singoli, ma certamente non una ricetta per la catastrofe cui stiamo assistendo. Il quotidiano scaricabarile delle colpe che ci si para davanti (i produttori accusano i ristoratori, i ristoratori accusano i distributori, i distributori accusano i produttori, i quali di rimando chiamano in causa la stampa, le banche e il governo) ne è una lampante dimostrazione.

Sulla ruralirà del vino e di tutto quello che esso si porta dietro chi scrive si dunque è disilluso da un pezzo.

La grande battaglia, forse, sarebbe invece tentare di sottrarre all'industria il resto del mondo rurale, a cominciare dall'olio.

Non credo che comunque ce la faremo, ma almeno le energie per combattere possiamo ancora trovarle.

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