Anno 15 | 20 Novembre 2017 | redazione@teatronaturale.it ACCEDI | REGISTRATI

L'industria olearia ora si avvicina all'olivicoltura, l'olio di oliva non è più una commodity?

Dai progetti di oliveti superintensivi di alcuni marchi italiani fino alle alleanze siglate da Deoleo e alle acquisizioni di frantoi da parte di Sovena. E' vera attenzione al prodotto e alla qualità o solo la volontà di mettersi al riparo da nuovi scandali? Tattica o strategia?

Diversi marchi dell'industria e dell'imbottigliamento italiani stanno investendo in oliveti. Si tratta di progetti di decine di ettari, talvolta intorno ai 150 o più. Generalmente si tratta di impianti superintensivi che comprendono una piccola quota sperimentale di varietà italiane e la maggior parte delle cultivar internazionali: Arbequina, Arbosana, Koroneiki.

Spesso i terreni scelti sono marginali, con pessime condizioni agronomiche, ma acquisiti per pochi spiccioli. In alcuni casi i nuovi impianti sono stati già piantumati un paio di volte. E' evidente, in questo caso, che questi oliveti hanno solo una funzione promozional-commerciale. Ricordano tanto l'operazione tentata, più di vent'anni fa, da Salov (Sagra e Filippo Berio) con “l'oliveto più grande d'Italia”. Diverse decine di ettari di oliveti, localizzati a Migliarino (PI), in terreni che si allagano con una frequenza imbarazzante e una produttività assolutamente limitata. I buyer internazionali, però, venivano invitati nella tenuta e circondati di olivi si parlava di affari. L'operazione non ha avuto un gran successo, né dal punto di vista promozionale né produttivo, e Salov è stata alla fine ceduta ai cinesi.

Vi sono poi le partnership strategiche, che tengono divisi bene i ruoli (chi produce, chi imbottiglia e commercializza), ripartendo in maniera più equilibrata rischi imprenditoriali e profitti. E' il caso dell'operazione dell'Oleificio Zucchi, con l'accordo siglato con molte sigle sindacali olivicole. E' il recente caso di Deoleo che in Spagna ha siglato un'intesa con l'organizzazione olivicola Upa, che conta 80 mila agricoltori associati delle province di Jaen, Extremadura e Castiglia. L'accordo prevede acquisti programmati di olio a fronte di un impegno su qualità e tracciabilità.

Non accordi ma acquisizioni invece per Sovena che ormai, direttamente e indirettamente, controlla tre frantoi andalusi e 1500 ettari olivetati. L'ultimo acquisto è quello del frantoio San Pedro, con una capacità produttiva di 2000 tonnellate di olio d'oliva nella campagna olearia.

Rispetto al recente passato c'è quindi un forte dinamismo dell'industria olearia, italiana e spagnola, in campo agricolo e produttivo. Resta da capire se si tratta di tattica, volta a evitare il ripetersi di scandali che l'ha fortemente danneggiata negli ultimi anni, oppure strategia, ovvero un cambio nella considerazione dell'olio di oliva, non più commodity ma prodotto che merita di essere valorizzato.

di C. S.
pubblicato il 08 novembre 2017 in Tracce > Mondo

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