Anno 10 | n. 6 | 11 Febbraio 2012 | Direttore LUIGI CARICATO | redazione@teatronaturale.it

C’è un libro ch’è utile a tutti e che è opportuno leggere con grande curiosità. Si intitola Le vie dorate: con Giuseppe Pontiggia ed è curato da Daniela Marcheschi per le edizioni Mup, Monte Università Parma.
Consigliarlo in questa rubrica dedicata a pubblicazioni che concernono per lo più l’alimentazione e, in primo luogo, l’agricoltura, può forse apparire fuori contesto, ma anche un noto e apprezzato narratore e saggista di grande spessore qual è Pontiggia non ha certo mancato di argomentare anche intorno a simili temi, che non sono affatto di secondaria importanza. Se all’interno del volume si scende nel dettaglio di questioni propriamente letterarie, vi è tuttavia un breve capitolo che presenta l’altro volto dello scrittore.
Scomparso nel giugno del 2003, Pontiggia si è più volte confrontato con il mondo rurale riportandolo agli antichi fasti. Un suo zio era tra l’altro proprietario di uno stabilimento vinicolo a Squinzano, dove produceva, come tanti altri uomini del Nord, vini che poi commercializzava in Lombardia. Ma il mondo agricolo, da grande appassionato di classici, lo ha conosciuto anche attraverso i libri.
Non è un caso che le Georgiche, il poema didascalico più importante e apprezzato dell’intero mondo latino, sia specificamente dedicato all’agricoltura.
Diventano illuminanti, nondimeno, alcune significative dichiarazioni di Pontiggia, secondo cui l’agricoltura intesa quale attività fondamentale per lo sviluppo della civiltà, di fatto sia stata un’esperienza decisiva per l’uomo, ma anche un momento essenziale per la stessa storia del linguaggio. Motivo per cui Pontiggia faceva giustamente notare come il lessico latino si sia fondato per lo più sul lessico agrario.
L’agricoltura – sosteneva lo scrittore – fa parte della civiltà umana e ne costituisce il cuore pulsante. E’ stata la produzione industriale, oltre che i processi distributivi, che hanno di fatto allontanato dalla terra la gente comune, come pure gli stessi intellettuali.
Colpiscono, di conseguenza, altre dichiarazioni dello scrittore lombardo, il quale in controtendenza riusciva a intravedere proprio nei giovani il forte bisogno di riappriopriarsi del passato. Se i vecchi tendono a ricusare le tradizioni, perché le associano a epoche di ristrettezze economiche e di disagio sociale, per Pontiggia la parte migliore dei giovani ha saputo manifestarsi in una esigenza di riscatto nata in risposta al tradimento compiuto alle loro spalle dalle precedente generazione.
Parole sagge, che non temono certo di confrontarsi con le contraddizioni della realtà. Leggere questo libro, pertanto – ora che Pontiggia non c’è più – anche se ha un taglio segnatamente letterario, ci porta comunque a riscoprire una figura di intellettuale d’altri tempi, limpida e lucida come pochi altri oggi, capace di insegnare ancora qualcosa che faccia bene all’anima e che sia nel contempo in grado di sovvertire luoghi comuni e derive etiche.
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