Anno 10 | n. 6 | 11 Febbraio 2012 | Direttore LUIGI CARICATO | redazione@teatronaturale.it
di Daniela Marcheschi

Eraldo Affinati (1956) è uno dei pochi scrittori italiani contemporanei che vale la pena di leggere: è infatti un narratore autentico, che affronta il suo lavoro in modo serio e nella costante ricerca della verità. Insomma ha un’originale vocazione per la letteratura, che è rara in una cultura votata al mercato a tutti i costi.
Vorrei pertanto segnalarne con molto piacere La Città dei Ragazzi, Milano, Mondadori, 2008, un romanzo che è rimasto inspiegabilmente fuori dai premi più conosciuti e pubblicizzati del 2008.
In questo bel libro, l’Autore parla di bambini e di adolescenti – perlopiù stranieri ormai - accolti nella famosa «Città dei ragazzi» di Roma, che hanno conosciuto il male, le guerre, la miseria, l’abbandono; e lo fa con quella sua tipica capacità di raccontare in maniera penetrante i sentimenti cruciali che fondano l’essere umano e lo rendono compiuto in se stesso, davvero adulto.
L’incontro con le vite segnate dei ragazzi - che propone quesiti e problematiche spesso ignorate dalla chiacchiera diffusa - è per Affinati anche il modo per riflettere sulla paternità e sul proprio rapporto con il padre: anch’egli un orfano, cresciuto nell’abbandono e nella solitudine nell’Italia fascista.
Accenti di vibrante affettività, sguardo profondo sulle cose, inquietudine, sorriso accompagnano il lettore e ne corroborano lo spirito.

Eraldo Affinati, La Città dei Ragazzi, Milano, Mondadori, pp. 216, euro 17
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