Anno 16 | 24 Settembre 2018 | redazione@teatronaturale.it ACCEDI | REGISTRATI

A PAGARE SONO SEMPRE I PRODUTTORI OLIVICOLI, MA IL DIALOGO TRA I VARI ATTORI DELLA FILIERA E’ NECESSARIO

Si apre il dibattito sul comparto olio di oliva: “il produttore ha la colpa della delega a chi l’ha reso strumento di una politica che si è mossa fondamentalmente su due binari: quello dell’assistenzialismo e del collateralismo”

La campagna dell’olio, qui nel Molise è ormai già archiviata con risultati soddisfacenti, che hanno riportato quel sorriso che la crisi pesante dell’agricoltura ha tolto sulla bocca dei produttori.
Quantità e qualità come non si vedeva da tempo. Il prezzo delle olive, pur tra alti e bassi, è migliorato di fronte allo scorso anno, anche se a malapena riesce a ripagare i produttori, tant’è che si è allargata la forbice degli oliveti abbandonati.
Un dato preoccupante che troverà una spinta nella scellerata politica del disaccoppiamento, cioè dell’abbandono, visto che quello che è stato fatto viene comunque pagato.

So bene che “scellerato” è un aggettivo pesante, ma come si fa a capire il silenzio di quanti hanno esempi del passato, con i tanti risultati negativi dovuti a politiche tese a finanziare le quantità o l’abbandono, e continuano a ripetere gli errori?
A pagare questi errori ancora una volta sarà il produttore. Questi si ritrova nella condizione di sempre: nelle mani di chi lo utilizza e lo sfrutta come massa di manovra per essere accreditato come forza politica e nelle mani di chi decide il mercato, cioè dell’industria dell’olio ( lo stesso discorso vale per il vino e gli altri prodotti della nostra agricoltura) o, come ci tiene a dire l’amico Luigi Caricato, delle aziende di marca. Capisco che dire “azienda di marca” vuol dire togliere la parola “industria”, che, sicuramente, per il consumatore che sa, ha il significato di un prodotto non artigianale, ma, per l’appunto, industriale, cioè riferito a processi che portano ad un olio standardizzato, incapace di esprimere la qualità dell’origine e, per di più, manipolato per appagare, in una fase di diffusione dei consumi di olio combinata con una cultura del prodotto che è appena iniziata, il consumatore.

Opera encomiabile, che fa pensare a veri e propri pionieri del mercato, perché raccoglie un bisogno che va crescendo e, come tale, ha bisogno di organizzazione per essere ulteriormente stimolato.
Senza l’azienda di marca non c’è produttore in grado di svolgere questo compito, sempre più importante nella fase di risposta alla domanda del mercato globale.
Senza il produttore, però, l’azienda di marca non trova le fonti di approvvigionamento necessarie per migliorare, e rendere credibile, un prodotto che tocca la salute del consumatore.
Ecco allora che bisogna portare a condizione di dialogo questi e gli altri attori della filiera perché è l’unico modo per dare vita e rendere credibile un processo di filiera, che, sia chiaro, presuppone una base di programmazione. Una programmazione che non c’è e che, sembra, sia sparita anche dal vocabolario, se si guarda all’anarchia che impera sul mercato ed agli squilibri che si creano, con due soggetti fondamentalmente destinati (predestinati) a pagare un prezzo altissimo: il produttore ed il consumatore finale.

Il produttore ha la colpa della delega a chi l’ha reso strumento di una politica che si è mossa fondamentalmente su due binari: quello dell’assistenzialismo e del collateralismo. Il fatto che si sia arrivati ad un mea culpa oggi, non risolve il problema ma lo aggrava, per il semplice fatto che il produttore si ritrova abbandonato e senza più speranza, in mancanza di aspettative.
Certo non tutti hanno operato allo steso modo e c’è anche chi, nel mondo delle organizzazioni professionali e sindacali, ha lottato contro questa politica perdente che, oggi, è alla base della pesante crisi dell’agricoltura e di tutti i comparti produttivi. Tutti, nessuno escluso. Si dà il caso, però, che un processo faticoso in questo nostro Paese, durato anni di lotte e di dibattito, quello del riconoscimento delle Associazioni dei Produttori e dello sviluppo delle stesse, quali strumenti di programmazione e di contrattazione, di difesa del reddito dei produttori, è stato annullato sul nascere, con una dequalificazione delle Associazioni esistenti, che, come nel caso di quelle dell’olio, sono state trasformate in sportelli di riscossione del contributo comunitario e di centri di finanziamento delle organizzazioni di appartenenza. Poi si è pensato bene di non dare spazio ad altre, riducendo così il potere contrattuale del produttore e la possibilità di dialogare con gli altri soggetti della filiera. Una straordinaria occasione persa, che non sarà per niente facile recuperare nelle condizioni di oggi dell’agricoltura.

Su questa colpa originale dei produttori e sulla debolezza degli stessi, in particolare per ciò che riguarda il potere contrattuale, l’azienda di marca ha costruito le sue fortune, soprattutto nel campo dell’olio. Nessuna meraviglia, ma neanche c’è da disperarsi per la delusione provata nel seguire un dibattito dove il produttore si scaglia contro l’azienda di marca o si pongono dubbi sulla correttezza dei comportamenti di chi utilizza l’extra vergine solo per fare un altro olio che, a mio parere, si dovrebbe chiamare con un altro nome, tanto per portare un messaggio di chiarezza al consumatore.

In questo senso non è vietato all’azienda di marca di imbottigliare olio extra vergine. C’è un dato della tanta vituperata trasmissione di Rai 3, “Report”, che nessuno può contestare ed è quello che le aziende di marca hanno dichiarato le percentuali di olio extra vergine che mettevano nell’olio di altra tipologia (olio di oliva, ndr). Per me è concorrenza sleale perché nessuno mi può dire che un olio rettificato ha lo stesso valore di un olio che è il frutto dell’oliva raccolta e curata nei minimi particolari.

Il fatto grave è sempre lo stesso: chi paga è l’olivicoltura nazionale, che rischia un forte ridimensionamento; i produttori, che ancora si appassionano a coltivare questa meravigliosa pianta ed il consumatore, che, è bene dirlo, non tanto ci guadagna con un olio che ha, solo in parte, la qualità e le peculiarità dell’origine. Cioè, con il territorio che è l’altra realtà perdente quando i processi non sono chiari e gli squilibri sono ai limiti della rottura.

Sono convinto che c’è spazio per tutti e la risposta è quella che ognuno merita, se tutto, però, avviene nel segno del rispetto e del dialogo. Sta qui il ruolo delle istituzioni e delle organizzazioni professionali e sindacali: favorire il confronto e lavorare per fissare le regole, ben sapendo che niente può avvenire spontaneamente o per volontà di pochi.

Sta qui il ruolo della comunicazione, che deve aiutare a far crescere l’interesse e la cultura del consumatore, ed anche, degli operatori, soprattutto di quelli che hanno verità che non si possono mettere in discussione, anche quando essa è superata dai fatti.
Per chi è spettatore e commentatore di questi processi e di questi fatti, il rischio da evitare è quello di diventare tifosi, perché, nel caso specifico, si rischia di apparire sponsor di questo o di quello e, così, poi si finisce con il diventare poco credibili.

Raccontare la verità è un dovere, soprattutto quando essa mette a nudo processi che vanno contro gli interessi collettivi, a vantaggio di uno o di pochi.
È mia convinzione che c’è molto da fare per far crescere una vera cultura dell’olio, in una fase delicata, ma pregna di opportunità, per un mercato sempre più ampio e, come tale, ricco di tante potenzialità, soprattutto per ciò che riguarda la domanda.

C’è più spazio per tutti, se si opera nello spirito della collaborazione ed ognuno va alla ricerca del suo spazio, invece di stare lì ad occupare quello di altri; se si rendono produttivi di risultati i processi; se si capisce che la professionalità vince più di quanto si possa immaginare; se il mondo degli olivicoltori si convince che bisogna fare lobby come la fanno gli altri se si vogliono dare (finalmente!) quelle risposte che il coltivatore non ha.

Questo mio ragionamento si è rafforzato dopo un anno e mezzo che vivo, con fatica, in qualità di imprenditore, questa nuova esperienza di direzione di una grande azienda, nella mia terra di origine, il Molise.
Succede quando sono costretto a prendere atto della pesante crisi e delle ragioni politiche e culturali che sono alla base della stessa; quando tutto diventa difficile e subentra la disperazione di fronte a processi solo negativi; quando pensi che la strada è quella della razionalizzazione e della scomparsa delle piccole e medie aziende, che passeranno alle banche per dare vita a nuovi latifondi; quando vedi che tutto ti cade dall’alto e non ci sono segnali di partecipazione nelle decisioni, con la mia organizzazione che opera come se, nel frattempo, non è successo niente; quando sei privato della libertà di decidere se entrare o uscire da questa o quella organizzazione, ma obbligato solo a stare; quando vedi la paralisi in un mondo che ha il bisogno urgente di inventarsi e costruire il nuovo.
Nessuno deve dimenticare che agricoltura vuole dire cibo, territorio, cioè identità, attualità. In questo senso agricoltura ha il significato di modernità.

di Pasquale Di Lena
pubblicato il 10 dicembre 2005 in Tracce > Italia

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