Economia
Il vino bio è un 2% che può puntare molto in alto
Un segmento in grande “fermento”, con elevata crescita delle superfici investite a vite biologica e dalle buone performance nell’export. Negli Usa il 13% dei vini importati è biologico
11 maggio 2013 | C. S.
I consumi in Italia sono in caduta libera. Il 2013 si è aperto con dati sulle vendite in brusca frenata: -2,9% è la contrazione del primo bimestre 2013 sullo stesso periodo del 2012 subita dai prodotti alimentari. In un contesto così negativo emergono poche eccezioni. Il biologico è una di queste: le vendite alimentari nella grande distribuzione sono cresciute del 7,3%. Nel panorama generale, oltre ad essere in controtendenza, è sicuramente un risultato eclatante.
Cosa accade per il vino bio?
Il vino biologico è ancora una nicchia di mercato, ma in forte una crescita. Anche grazie (sebbene dopo 21 anni di attesa) al nuovo regolamento europeo che ha esteso le regole per la certificazione non solo all’uva ma anche alla produzione in cantina, consentendo di apporre il logo europeo con la foglia verde anche sul vino. La normativa è frutto di un compromesso tra le diverse posizioni dei vari Paesi europei, ma rappresenta una grande conquista: più chiarezza e garanzie per il consumatore, maggiore appeal per il prodotto che diventa più attraente anche per la commercializzazione nella grande distribuzione, dove fino ad ora è stato poco presente.
Difficile quantificare le dimensioni di mercato, per tanti motivi: il vino bio beneficia della nuova normativa solo dall’estate 2012 e, formalmente, è un po’ come se fosse ancora agli esordi. Ma non c’è solo questo motivo: il vino bio è ancora poco presente nel circuito della grande distribuzione, dov’ è possibile il dettagliato monitoraggio delle vendite, mentre lo è tra gli assortimenti dei punti vendita specializzati e della ristorazione di medio-alto livello. Molto importante è la quota di acquisti direttamente in cantina. E soprattutto è esportato. Tutti canali per cui non esistono ad oggi dati quantitativi puntuali sulle vendite.
Ma un dato è certo: il vino biologico è in grande “fermento”. In Italia il 6,5% degli ettari vitati è biologico (secondo posto al mondo, solo dopo l’Austria – 8,6% e a fronte di una media mondiale del 2%); anche in valore assoluto l’Italia è medaglia d’argento: con quasi 53mila ettari vitati bio (+67% tra il 2003-2011) è superata solo dalla Spagna (57mila ettari, +430%).
Ci sono poi tanti altri segnali che testimoniano la crescente attenzione verso questi prodotti. Per esempio, i vini biologici italiani stanno ottenendo riconoscimenti internazionali, conquistando premi non solo nella categoria dei vini bio, ma anche in termini assoluti. E Federbio - la Federazione che raggruppa le organizzazioni operanti in tutte le filiere dell'agricoltura biologica e biodinamica – e Verona Fiere hanno stretto un accordo per l’organizzazione dalla prossima edizione del 2014, del padiglione specialistico Vinitaly-bio.
Le opportunità di mercato sono evidenti anche dal gran proliferare di proposte “bio soundings”: “vino libero”, “vino vero”, “vino puro, “vino naturale”, denominazioni che, pur prive di una certificazione ufficiale e di standard omogenei, cercano di catturare l’attenzione del consumatore sostenendo più semplicemente la limitazione di erbicidi, concimi e solfiti.
In questo scenario di forte evoluzione, Wine Monitor ha approfondito il ruolo e le prospettive del vino biologico: oggi in Italia il 53% delle famiglie acquista un prodotto alimentare biologico e il 5% di queste compra vino bio. Questo significa che sul 2% delle tavole delle famiglie italiane è presente il vino biologico in almeno una occasione.
Il mercato potenziale non si ferma di sicuro ai nostri confini. È soprattutto sui mercati internazionali che l’interesse per il vino bio è forte già da tempo. I dati elaborati da Wine Monitor Nomisma mostrano come sul mercato statunitense le opportunità per il vino bio italiano siano molte di più di quelle colte attualmente. Considerando esclusivamente il canale al dettaglio (al netto quindi dell’HORECA), si pensi che il 27% dei vini venduti nel 2012 negli Stati Uniti è d’importazione: l’Italia su tale canale detiene una quota del 25%, superata solo dall’Australia (35%). In tale ambito, se si guarda ai soli vini biologici lo scenario diverge notevolmente. Guidano il Cile (con una market share sui vini bio importati del 45%) e l’Argentina (19%). L’Italia è terza, con una quota del 13%.
In base agli accordi di equivalenza e del mutuo riconoscimento tra UE e USA, dal primo giugno 2012 è possibile vendere vino bio oltreoceano senza necessità della ri-certificazione da parte statunitense, come accadeva in passato. In altre parole, il contesto di mercato sembra essere favorevole a una crescita delle esportazioni di vino biologico italiano: tutto dipenderà dalla capacità delle imprese di organizzarsi per raggiungere mercati sempre più distanti, la cui lontananza geografica può però non facilitare le aziende di piccole e piccolissime dimensioni, che rappresentano la tipologia più diffusa nella produzione di vino bio.
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