Anno 12 | 31 Ottobre 2014 | redazione@teatronaturale.it ACCEDI | REGISTRATI

L'olio nell'antica Roma. Oltre al viridum anche panem et circensens

Trascorriamo una giornata ai tempi dell'impero romano, magari all'ombra del Colosseo, per scoprire perchè nei secoli si perpetua la relazione tra olio e donne

Olea prima omnium arborum est (fra tutti gli alberi il primo posto spetta all’ulivo) così scrive Columella nel I secolo d.C. nel suo trattato dedicato all’agricoltura (De Rustica, V, 8, 1). Agli occhi di un contemporaneo l’uso che dell’olio d’oliva si faceva in antico è sorprendente. Una grande quantità era impiegata come elemento essenziale nella cosmesi per balsami e unguenti indispensabili per i massaggi, curare ferite sanguinanti, ustioni, lacerazioni della pelle ecc.; esso inoltre era adoperato per il bucato nel processo di saponificazione, la morchia bruciata costituiva un ottimo concime. Si stima che nell’antichità ogni cittadino adulto consumasse almeno 55 litri di olio: tra questi 30 erano utilizzati per l’igiene del corpo, 20 in cucina, 3 per l’illuminazione o per lubrificare, 2 per usi rituali e 0,5 come medicamento.
Da Plinio apprendiamo che l’olio d’oliva utilizzato in cucina doveva aveva un sapore piuttosto acre, diventava facilmente rancido e si condensava se non veniva salato; non potendo essere preservato per più di un anno si preferiva conservare le olive e spremerne l’olio al momento del bisogno.

E’ noto che le legioni consumassero quantità ingenti di olio: si stima che ogni soldato ne avesse un fabbisogno di circa mezzo litro al giorno per nutrirsi con i cibi conservati sott’olio e per cospargere il corpo, espediente che risultava strategico anche per trovare riparo dal freddo.

E’ significativo che nella Roma dell’età Costantiniana (IV secolo d.C.) ci fossero ben 2.300 distributori di olio, gran parte del quale proveniva dalle province, in particolare dalla Betica (Andalusia) e che nella produzione e commercio dell’ oro verde siano emerse da studi recenti molte imprenditrici. Ma di questo ne parleremo prossimamente in un articolo specifico.

In questo scritto, invece, nel vagabondare disordinato nella storia che caratterizza la pagine di Tesserae vorrei dedicarmi in particolare all’utilizzazione dell’olio per l’illuminazione. Poiché per la mia particolare formazione culturale e professionale non riesco a raccontare la storia senza legarla concretamente a luoghi e opere, parleremo del Colosseo, il più grande anfiteatro dell’antichità, per riflettere su un uso dell’olio che abbiamo dimenticato e sulla posizione della donna nella società romana.

Sull’Anfiteatro Flavio - costruito da Vespasiano a partire dal 70, inaugurato solennemente da Tito nell’80 con 100 giorni di feste solenni e ultimato da Domiziano - sono stati versati fiumi e fiumi di inchiostro, tanti i film dedicati ai suoi spettacoli cruenti. Oggi il suo interno, per quanto monumentale e di grande impatto emotivo è piuttosto disorientante per il visitatore; in parte crollato, privo delle gradinate dove prendevano posto i partecipanti e del piano dell’arena, esso dà solo una pallida idea dell’aspetto originario.

I giochi si svolgevano nella parte inferiore dell’edificio denominata arena, deriva il suo nome dal latino, significa sabbia. La nostra passeggiata nel tempo inizia proprio dal ventre dell’anfiteatro, lì di olio ne doveva scorrere in grandi quantità ad alimentare le tante lucerne che squarciavano il buio dei suoi sotterranei, vero fulcro e cuore pulsante dell’edificio. Anche per chi fa il mio lavoro e i sotterranei di Roma li esplora e li vive da tanti anni è davvero emozionante scendere nelle viscere dell’anfiteatro, a 8 m di profondità: significa scoprire l’altro volto del Colosseo e della storia.

Nonostante la presenza delle lucerne doveva essere buio sotto il piano dell’arena. Lo spazio era esiguo, in una superficie di 2633 mq c’era un sistema di corridoi e di 60 montacarichi a contrappeso, azionati con corde e carrucole, con i quali venivano issati in superficie gli elementi dei diversi spettacoli: belve, macchine sceniche, gladiatori. Se per ognuno dei montacarichi erano necessari 8 schiavi significa che lì sotto ce ne erano circa 500, l’aria doveva essere soffocante, l’odore fortissimo, se si pensa alla presenza degli animali, alle loro deiezioni e al sangue che doveva scorrere copioso. Dal piano dell’arena penetrava la sabbia che veniva cosparsa e sostituita frequentemente per evitare che cacciatori e gladiatori potessero scivolare sul tavolato. L’attività doveva essere frenetica, nel corridoio centrale era un binario attraverso il quale si trasportavano le macchine sceniche che costituivano l’ambientazione degli spettacoli: bisognava stupire, impressionare il pubblico. Scenografie, fiere, cacciatori e gladiatori apparivano sull’arena all’improvviso attraverso botole aperte sul piano dell’arena collegate ai montacarichi e a un sistema di piani inclinati. Gli scrittori del tempo ricordano con ammirazione la comparsa improvvisa di dune, alberi, cespugli, rocce, foreste e altri elementi scenici che davano l’impressione di quinte naturali e di una vera e propria battuta di caccia.

I giochi si susseguivano nell’arco di tutta la giornata ma diversamente da quanto si vede nei film erano separati, sarebbe dunque stato impossibile assistere a combattimenti tra gladiatori e belve. C’erano tre tipi diversi di spettacoli. Al mattino si svolgevano le venationes, ovvero le cacce. Ve ne erano varie tipologie. In alcuni spettacoli i cacciatori uccidevano belve feroci, in altri si sfidavano animali appartenenti a specie diverse, infine vi era un gioco meno violento in cui i venatores si limitavano a catturare le fiere con una rete. Per avere un’idea della dimensione di questi giochi è sufficiente pensare che durante i 120 giorni di feste offerte da Traiano nel II secolo furono uccise 11.000 belve. Gli animali provenivano dall’Africa settentrionale, dall’Asia Minore, per i romani vederli aveva un impatto emotivo molto forte poiché non potevano neanche immaginarne l’esistenza. Vi si scontravano gli animali più disparati: leoni, orsi, pantere, tigri, leopardi, ippopotami, cinghiali, perfino elefanti e giraffe. Se si considera poi che questi giochi erano organizzati in un impero vastissimo si intuisce facilmente che abbiano determinato l’estinzione di alcune specie di animali.

All’ora di pranzo si svolgeva un gioco agghiacciante: la damnatio ad bestias: i disertori ed i criminali venivano portati sull’arena, privi di armi e lasciati in pasto alle belve. Il tutto era reso più avvincente dalle scenografie e dall’accompagnamento musicale; si inscenavano anche storie cruenti ispirate alla mitologia: era una vera e propria esecuzione pubblica sotto forma di spettacolo.

Lo spargimento di sangue preparava gli spettatori ai giochi più attesi organizzati nel pomeriggio: i munera, ovvero i combattimenti tra gladiatori. I munera (parola che significa doni, omaggi, servizi dovuti al popolo) sono l’emblema dell’antichità; pochi però immaginano il valore culturale e religioso di questi spettacoli. I giochi gladiatori avevano origini religiose e funerarie. Essi venivano offerti dalle famiglie nobili in occasione di funerali per propiziare il viaggio del defunto nel regno dell’oltretomba.

Oggi con i nuovi interventi condotti dalla Soprintendenza un’illuminazione molto suggestiva conferisce una particolare atmosfera alla galleria che un tempo collegava la caserma nella quale si allenavano i gladiatori, il Ludus Magnus, all’anfiteatro. E’ emozionante ripercorrere parte di quella galleria che molti secoli fa era attraversata dai gladiatori guidati dalla luce tremolante delle lucerne: dovevano essere attanagliati dalla paura, consapevoli che lo scontro avrebbe potuto essere fatale. Tanti erano i gladiatori che si sfidavano sull’arena, basta pensare che Traiano nei 120 giorni di spettacoli offerti ne portò a combattere 10.000.

Ma il Colosseo con le sue arcate smangiate dal tempo non ci racconta solo degli spettacoli e diversamente da quanto si pensa non tutto è stato scritto, esso, infatti, continua a restituire pezzi di storia. Scavi condotti negli ultimi anni hanno riportato alla luce materiali che documentano come gli spettatori vi trascorressero il tempo. Molte le testimonianze relative alle attività ludiche, quali dadi, astragali, tessere lusorie (una sorta di filetto), attestano giochi d’azzardo proibiti dalla legge di allora. Dai collettori sono emersi frammenti di piatti, coppe, di un fornello mobile utilizzato per cuocere o riscaldare il cibo. Eh già perché lì, sulle gradinate gli spettatori restavano tutta la giornata e dai materiali rinvenuti siamo anche in grado di conoscere i cibi che si consumavano circa 2.000 anni fa nei luoghi dei divertimenti: i resti ossei analizzati appartengono in grossa parte a suini, caprovini, pollame, bovini e in minima percentuale selvaggina, in particolare lepri e uccelli selvatici. Tutto ciò costituisce uno spaccato straordinario della realtà socio-economica del tempo e rivela una società evoluta: molti frutti consumati, infatti, erano di importazione ma al tempo la loro coltivazione doveva essere ampiamente diffusa. Il fatto che siano stati trovati semi di uva, fichi, ciliegie e pesche porta ad ipotizzare che il periodo in cui si concentravano maggiormente gli spettacoli fosse da aprile alla metà di ottobre. Marziale, scrittore di I secolo, descrive con cura le abitudini dei suoi contemporanei, non dovevano mancare ceci caldi, salsicce , focacce, interiora di animali e per finire miele, pinoli, mandorle, dolci golosi di zucca, ecc.

Agli spettatori veniva dato un ‘gettone’ per richiedere una razione di vino la cui quantità doveva essere attentamente dosata per evitare fenomeni di ubriachezza. Questo non doveva essere sufficiente se un certo Sestiliano, affermano le fonti, arrivava ad aggiudicarsi la quantità di vino spettante a 5 file di spettatori.

E le donne? Le fonti antiche affermano che a loro non era consentito bere il vino, la legge prevedeva la pena di morte. Nella Roma antica vigeva lo ius osculi, ovvero il diritto al bacio attraverso il quale il marito e parenti maschi si sinceravano che le donne non avessero consumato vino. Molti scrittori antichi riportano un episodio che si colloca nell’età di Romolo: un certo Egnazio Mecennio uccise la moglie a colpi di bastone per averla sorpresa a bere vino. Lo storico antico Valerio Massimo  (Facta et dicta momorabilia, 6,3,9) che riporta questo evento, conclude: <<tutti ritennero, infatti, che la donna avesse scontato la pena della sua colpa fornendo così un ottimo esempio. In effetti, ogni donna che manifesti un eccessivo desiderio di bere, chiude la porta alla virtù, mentre la apre al vizio>>. Da queste parole si deduce che la proibizione alle donne del consumo del vino nasceva dal timore che l’uso di tale bevanda potesse attentare alla loro purezza e castità. Tuttavia con il tempo questa proibizione non fu più così rigorosa e forse, come lasciano pensare certe fonti, riguardavano solo alcuni vini a forte gradazione alcolica.

Tra gli oggetti trovati negli scavi a testimoniare la loro presenza ci sono vaghi di collana, spilloni, una spatolina da cosmesi e utensili legati a lavori femminili quali aghi ecc. Il posto che le donne occupavano nell’anfiteatro è un fedele specchio del ruolo che la società del tempo riservava loro. Vale la pena di premettere che l’ingresso all’anfiteatro era gratuito: un sistema complesso di accesso garantiva la rigida suddivisione per classi sociali. Il numero degli spettatori è ancora dibattuto a causa della perdita della cavea, ma si pensa che i sedili fossero articolati almeno su 56 file sovrapposte, pertanto si calcola che vi potessero entrare dalle 50.000 alle 75.000 persone; mentre le vestali, le sacerdotesse, potevano assistere agli spettacoli prendendo posto sul podio imperiale, le mogli dei senatori sedevano accanto ai loro sposi nei posti migliori, proprio vicino all’arena, alle donne del popolo era riservato l’ultimo anello della cavea. La visione da lassù doveva apparire piuttosto deludente: la grande distanza dall’arena non consentiva loro di godere degli spettacoli. Coloro che erano dotate di una buona vista riuscivano a scorgere con una certa confusione solo le grandi scenografie e il massiccio impiego di uomini e fiere.

Il tempo e gli uomini hanno lasciato segni indelebili sulla mole imponente del Colosseo, ne hanno smangiato le superfici, lo hanno spogliato delle ricche decorazioni ma non ne hanno scalfito il fascino. La sua architettura ridotta all’osso si è anzi caricata del potere evocativo della rovina, sublime sintesi tra natura e storia. Alla luce di quanto abbiamo raccontato è singolare che delle tante lucerne usate nei sotterranei dell’edificio non è mai stata trovata alcuna traccia. Probabilmente si deve proprio alla presenza del loro fuoco la scintilla che ha provocato l’incendio del 217 d.C. ed ha distrutto gran parte dei sotterranei. Ricostruiti in tempi brevissimi furono interrati a seguito del violento terremoto del 495 che determinò il crollo del settore orientale: tonnellate di terreno furono riversate nell’invaso che venne utilizzato come discarica. E’ così che i sotterranei hanno iniziato un percorso separato e diverso nei secoli rispetto a quello della superficie del Colosseo che conosciamo tutti.

Chi si sofferma ad osservare i rampicanti e le erbe che si annidano sulle murature, sgretolando blocchi di travertino, tufi e laterizi deve pensare che costituiscono una pagina importante della storia dell’edificio. Alcune piante sono, infatti, antichissime. Esse furono portate a Roma per nutrire le fiere provenienti dall’Africa e dall’Asia Minore: sono il simbolo di uno strappo violento che il tempo ha trasformato in convivenza, armonia.

Oggi, come nell’antichità, all’interno dell’anfiteatro si sentono gli idiomi più diversi, sembra di ritrovare le atmosfere descritte da Marziale che nel I secolo rilevava la presenza di arabi, egizi, traci, etiopi… insomma il Colosseo ha mantenuto il suo ruolo di ombelico del mondo. Costruito con il bottino di guerra derivante dalla conquista della Giudea, teatro di giochi in origine legati a culti pagani, consacrato in seguito ai martiri cristiani mi piace pensare che esso con la sua storia millenaria sia un luogo di incontro privilegiato in cui possano dialogare genti, culture e religioni diverse.

di Paola Suraci
pubblicato il 14 marzo 2014 in Tracce > Cultura

[1] COMMENTI

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Galeone Donato

14:37 | 15 marzo 2014

Tra l'olio dell'antica Roma lontana nei secoli, all'ombra del Colosseo e con il "paolo moneta" corrente nello Stato Pontificio del 1820 - di un paio di secoli fa - fu incentivata la messa a dimora di olivi nel basso Lazio.
Signora Suraci, la Sua encomiabile ricerca storica, partendo da secoli lontanissimi, per illuminare con olio lampate le lucerne nel buio del sotterranei del Colosseo, può coniugarsi agli oli di alta qualità per uso alimentare in secoli a noi più vicini - con Pio VII appunto - che favoriva gli olivocoltori del basso Lazio (Stato Pontificio) mediante compenso in denaro nella misura minima di un paolo per ogni olivo che veniva piantato e curato per 18 mesi anche a Vallecorsa-Ciociaria, confinante nel Lazio, con i Borboni di Napoli.
Ai nostri giorni - Vallecorsa Città dell'Olio - gli olivocoltori del comprensorio - aggregati nell'Agricola Peronti Lucia - hanno proposto di rimodulare quella secolare moneta pontificia, che è stata raffigurata nel marchio "Vallis Curtius" gli 'oli extravergini di olive, certificato di alta qualità, per l'utilizzo alimentare, offerto, non per le lucerne, ma a tutti i consumatori e nello stesso luogo di incontro dell'area di Roma - il Colosseo - in cui come Lei scrive, "possono dialogare genti, culture e religioni diverse".
Ecco, quindi, la mia riflessione riverberata tra l'uso dell'olio nell'antichissima Roma e l'olio degli olivi proveniente anche dall'ex Stato Pontificio.
Piante di olivi laziali terrazzati come quelli vegetanti a Vallecorsa, già richiamati dal catalogo nazionale dei "Paesaggi Rurali Storici" pubblicato per i 150 anni dell'Unità d'Italia.
Penso che la Sua ricca ricerca storica divulgativa richiama ai grandi valori simbolici, tanto nella fatica e nella intelligenza che ci sia, ieri come oggi, essenzialmente nel lavoro della nostra madre terra.
Ed ancor più, richiama quei contadini-olivocoltori che hanno scavato nella roccia per fare spazio alle piante e per proteggerle nei caratteristici terrazzi.
Sono certo che Lei, Signora Suraci, continuerà a divulgare informazioni storiche anche verso le tendenze, antiche e recenti, produttive e consumistiche dell'oro verde italiano e non solo all'ombra del Colosseo.
Donato Galeone

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