Anno 15 | 28 Marzo 2017 | redazione@teatronaturale.it ACCEDI | REGISTRATI

Rivoluzione Ue, esplode la bomba olio di oliva. E l'Italia che fa? Sonnecchia

Una lucida e dirompente analisi di Andrea Giomo in merito alle nuove disposizioni comunitarie, tra misteriose sparizioni di testo e l'inquietante pasticcio delle miscele tra oli di oliva e altri oli vegetali. A cosa andremo incontro?



E’ tempo di una nuova (?) normativa europea.

“Il cuore del problema è avere una strategia d’impresa per le aziende del made in Italy, in un quadro di regole certe, chiare e fatte rispettare”. Così Ranieri Filo della Torre.
Solamente una mente attenta, fine e sintetica poteva, in una sola frase, distillare l’attuale situazione del comparto dell’olio da olive!

Considerando le nuove (?) linee legislative dell’Unione europea non v’é dubbio che la strategia d’impresa è l’unica via per la sopravvivenza, ma non solo la strategia dovrebbe essere di rete!

Rete: parola pesantissima, in un sistema produttivo come quello italiano, dove – è inutile nasconderlo – le “imprese” si guardano come gatti ai quali hanno pestato la coda.... E purtroppo il motto di Giulio Cesare “divide et impera” ha avuto un grosso peso culturale nel nostro Paese!

Ma cominciamo dall’inizio, e proseguiamo fino alla fine... (Lewis Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie).

Il Regolamento 1019/02 pone le basi su ciò che dovrebbe essere l’etichettatura degli oli da olive.
I punti fondamentali di questo regolamento sono:

- collegamento con l’importante direttiva 13/2000, che non viene citata nel decreto del 17 gennaio 2008 “Norme in materia di indicazioni obbligatorie nell'etichetta dell'olio vergine ed extra vergine” pur essendo l’unico reperto legislativo che riporta specificamente un articolo (art. 3, comma 8) a favore della possibilità di indicare in etichetta la provenienza o l’origine del prodotto.

“Alle condizioni e con le deroghe previste dagli articoli da 4 a 17, l'etichettatura dei prodotti alimentari comporta soltanto le seguenti indicazioni obbligatorie:
......omissis.....
8) il luogo d'origine o di provenienza, qualora l'omissione di tale indicazione possa indurre in errore il consumatore circa l'origine o la provenienza effettiva del prodotto alimentare.”


- Le informazioni sulla categoria d’olio (art. 3), con misteriosa sparizione, alla lettera a), delle “condizioni segnatamente termiche” della precedente definizione di olio extra vergine di oliva.

- Alcune regole riguardo la designazione dell’origine (art. 4 e 9).

- Le indicazioni facoltative che si possono apporre in etichetta (art. 5) per quanto attiene le modalità di estrazione (lettera a e b), le caratteristiche organolettiche (lettera c) e l’indicazione dell’acidità (lettera d).

- Le regole con le quali si possono indicare in etichetta le indicazioni non direttamente menzionate dal regolamento (art. 7).

- Le modalità di azione degli Stati Membri al fine dei controlli e dell’operatività (artt. 8 e 10).

Manca un articolo: il numero 6! Nel quale si riportano le modalità di indicazione delle denominazioni relative agli oli da olive (art. 3) contenuti in prodotti alimentari nei quali l’olio non è l’ingrediente principale, tipo tonno all’olio di oliva, alici, ecc. ma non solo.....!

Nell’articolo 1 vengono definiti degli oli “miscela di oli vegetali (o nomi specifici degli oli vegetali) e di olio di oliva”, e di seguito: “La presenza dell’olio d’oliva può essere indicata nell’etichetta delle miscele di cui al primo comma attraverso immagini o simboli grafici unicamente se la percentuale di olio d’oliva è superiore al 50 %”.

Domanda: come è possibile controllare analiticamente quale è la percentuale di olio di oliva in una miscela di oli di semi e di oliva?

All’epoca, l’articolo 6 passò alquanto in sordina, anche se l’Italia si pose subito in posizione contraria alla possibilità di produrre e commercializzare sul proprio territorio miscele di oli seme/oliva.
Riprendiamo una informazione che ci può essere utile dalla direttiva 13 del 2000, l’articolo 18 così recita:

“Gli stati membri non possono vietare il commercio dei prodotti alimentari conformi alle norme previste dalla presente direttiva, applicando disposizioni nazionali non armonizzate relative all'etichettatura e alla presentazione di determinati prodotti alimentari o dei prodotti alimentari in genere.
Il paragrafo 1 non è applicabile alle disposizioni nazionali non armonizzate giustificate da motivi:
- di tutela della salute pubblica,
- di repressione delle frodi, sempre che queste disposizioni non siano tali da ostacolare l'applicazione delle definizioni e delle norme previste dalla presente direttiva,
- di tutela della proprietà industriale e commerciale, di indicazioni di provenienza, di denominazioni d'origine e di repressione della concorrenza sleale.”


Ecco perché nella bozza di regolamento appena emessa dalla Commissione si trova:
“Member States may prohibit the production in their territory of blends of olive oil and other vegetable oils referred to in the first subparagraph for internal consumption. However, they may not prohibit the marketing on their territory of such blends coming from other countries and they may not prohibit the production on their territory of such blends for marketing in another Member State or for exportation.”

In italiano recita che gli stati membri possono proibire sul proprio territorio la produzione per il consumo interno di miscele di oli seme/oliva, ma non possono proibire la commercializzazione (il termine utilizzato marketing è più ampio, prevede anche la pubblicità e la promozione) di prodotti provenienti da altri paesi dell’Unione e nemmeno la produzione, sul proprio territorio, di miscele destinate alla commercializzazione in altro stato membro o per l’esportazione verso Paesi terzi.

A questo punto Vi porrete sicuramente una domanda: ma come mai questo pazzo pone l’accento su un problema “inesistente”, e non parla dell’indicazione dell’origine o ancor meglio delle indicazioni organolettiche (anche se sensoriali sarebbe meglio), visto che il nuovo metodo COI/T20/Doc. 15 Rev.02 Nov-2007 è anche opera sua?

Semplice: il problema è apparentemente inesistente, in realtà è di una certa gravità, se si fanno alcune considerazioni ed alcuni incroci legislativi!

Ipotesi: sono tra il 2009 e il 2010, sono una azienda produttrice non italiana, con sede in un Paese membro della Ue non Italia, dove ad esempio non è proibito miscelare e commercializzare oli seme/oliva.
Acquisto dall’Italia dell’ottimo olio extra vergine di oliva (anche Dop) alla bellezza di 3-5 euro al Kg, se tratto anche meno, poi acquisto dal mercato tedesco dell’ottimo olio di semi di girasole per pressione, ma potrei anche acquistarne di soia raffinato, la legge non specifica affatto la tipologia dell’olio di semi che entra nella miscela!
Miscelo i due oli, extra vergine e girasole da pressione, nella giusta proporzione e preparo diverse partite. Poi appellandomi al Regolamento 1924/06 articolo 14, richiedo ad un organismo riconosciuto dall’Efsa e dal ministero competente, un trail clinico per dimostrare che tale miscela riduce il rischio di malattie cardiovascolari e inoltre previene il rischio di malattie degenerative.
“...indicazioni sulla riduzione dei rischi di malattia possono essere fornite qualora ne sia stato autorizzato, secondo la procedura di cui agli articoli da 15 a 18 del presente regolamento, l'inserimento in un elenco comunitario di tali indicazioni consentite unitamente a tutte le condizioni necessarie per il loro impiego.”

In base al regolamento citato, pongo in etichetta tali claims salutistici, oltre a quelli nutrizionali previsti per gli oli da seme ed organizzo una campagna di divulgazione, e pubblicitaria, di un certo peso in Italia, avvalendomi delle strutture necessarie (istituti universitari, clinici, ecc.)... ho creato un prodotto nutraceutico a bassissimo costo, ma ad elevatissima utilità!

Tesi: Cosa ne sarebbe mai degli ottimi oli extra vergini di oliva ITALIANI?.... a Voi la risposta...

Per cui di novità non ve ne sono! Era già tutto scritto sotto il naso di tutti!
Le strategie di impresa ci sono, ma le imprese, ci sono?
Prima del made in italy bisogna ripensare alla trasformazione delle aziende in vere imprese, pensando GLOBALE, ma agendo LOCALE, in una concertazione programmatica con l’amministrazione centrale proiettata al mercato, come ha detto il nostro ministro Luca Zaia: “la programmazione comunitaria ha fallito e noi lo stiamo dicendo agli europei: la programmazione è stata sbagliata perché è stata fondata sullo sviluppo rurale invece che sui mercati”.

Dobbiamo imparare a vendere il nostro olio da olive, non farcelo comprare! E solo attraverso l’unione in reti di tutti i soggetti del comparto, dal produttore all’agro-industria, è possibile riprendere l’onda del passato! Di treni ne abbiamo fatti passare molti, ma non è ancora finita...

In ultimo vorrei citare una frase storica del professor Lanfranco Conte: “...perdere un treno alla stazione è plausibile, ma non salirci è criminale!” (Salerno, 01-2008)



Dove si trova tutta la legislazione attuale e futura dell’UE?
Qui: link esterno
Ed è tutto gratuito!

di Andrea Giomo
pubblicato il 12 luglio 2008 in Strettamente Tecnico > Legislazione

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