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Potatura olivo: errori comuni e tecniche consigliate

La potatura deve occupare massimo 10 minuti a pianta per operatore evitando le turnazioni elevate e l’acefalia

Qualsiasi sistema di allevamento e potatura dell'olivo dovrebbe consentire all’olivo la massima espressione del potenziale produttivo, attenuando anche l’alternanza, limitando al minimo i costi dell’operazione. Presupposto necessario allo scopo è il rispetto del naturale comportamento vegetativo e produttivo della specie. La forma naturale di un olivo spontaneo è cespugliosa, con una chioma tendenzialmente globosa sostenuta da più fusti partenti direttamente dal terreno.

potatura olivo

Naturale forma dell’olivo spontaneo: globosa e sostenuta da più fusti

Il tronco deriva dalle pratiche agronomiche che, ordinando lo sviluppo della chioma, stimolano l’affermazione di una delle numerose strutture originarie. Anche in questo caso la chioma assume un aspetto globoso con strutture legnose di vario ordine che, percorrendo lo spazio in molteplici direzioni, sostengono la porzione periferica di chioma fino ai rami di un anno di età dove, in modo esclusivo, si colloca la produzione.

Da questo peculiare comportamento, che non ha paragoni nelle altre principali specie da frutto, deriva l’opportunità di spaziare adeguatamente le piante e di adottare forme di allevamento espanse (in volume). La maggioranza degli oliveti nazionali è così modellata con piante diversamente allevate a “vaso dicotomico”, comunque caratterizzate da una eccessiva presenza di legno strutturale, da una progressiva affermazione della porzione superiore di chioma a discapito di quella inferiore, dalla necessità di una periodica riforma degli alberi.

 

Metodi e tecniche di potatura dell'olivo

Numerose ricerche sono state prodotte nel corso dell’ultimo secolo per valutare gli effetti delle diverse metodologie di allevamento e potatura dell’olivo, ma solo recentemente sono state elaborate “nuove” proposte operative, tali da soddisfare le esigenze fisiologiche dell’olivo e quelle degli attuali fattori sociali, tecnici ed economici di produzione. L’innovazione nelle tecniche di potatura si basa, principalmente:

- sull’adozione della forma di allevamento a “vaso policonico semplificato” in sostituzione del tradizionale “vaso dicotomico”, poiché riconosciuta più rassicurante per l’olivo, più efficiente per il produttore e convalidata da una lunga serie di esperienze;

- sull’economia di gestione della potatura con l’adozione di strategie a basso fabbisogno di manodopera,

- sull’applicazione degli interventi con elasticità, evitando potature troppo severe.

Tali proposte possono considerarsi un trasferimento alle attuali condizioni operative di quanto elaborato fino alla prima metà del ‘900, quando il primo e più essenziale intervento nella corretta gestione degli alberi era reputato quello della drastica riduzione della quantità di legno strutturale, per limitare la capacità di affermazione della porzione superiore di chioma, esaltare la produzione nella porzione inferiore e ridurre i costi di potatura e raccolta.

potatura olivo tecniche

Olivo allevato a “vaso policonico semplificato”, potato da terra con attrezzatura telescopica

Una volta realizzata la forma descritta le operazioni di potatura potranno essere eseguite da terra, riducendo fortemente il pericolo insito nel posizionamento e nella utilizzazione delle scale. Per la potatura manuale sono disponibili forbici e seghetti dotati di prolunga telescopica, così come per la potatura agevolata sono disponibili attrezzature pneumatiche ed elettriche che, con parte del materiale utilizzato per la raccolta agevolata (compressore, batteria, ecc.), consentono l’esecuzione di ogni tipo di intervento fino ad altezze di 4,5-5,0m.

Vediamo ora come potare un olivo da terra.

Le operazioni di potatura eseguite da terra implicano spesso difficoltà nel posizionamento dell’organo tagliente, per cui si afferma progressivamente la tendenza alla esecuzione dei soli interventi prioritari su rami di maggiori dimensioni, con una qualità del taglio che tende a scadere, ma con un tempo di permanenza dell’operatore sull’albero che tende a limitarsi.

Questo rappresenta l’elemento di maggiore interesse per la possibilità di prefissare il limite unitario di permanenza, procedendo alla esecuzione delle operazioni di potatura secondo priorità, tempi e costi assegnati.

Le operazioni di ordinaria manutenzione di una tale chioma appaiono, quindi, semplici, rapide e convenienti per ogni tipologia di oliveto e/o di pianta. Gli interventi potranno essere effettuati in sequenza prioritaria iniziando dal controllo dei succhioni, proseguendo con la selezione delle cime ed il diradamento della vegetazione secondaria. Ad una maggiore esigenza dei primi interventi può corrispondere una minore attenzione per l’ultimo e viceversa, restando comunque nei tempi assegnati (max 10 minuti/pianta/operatore).

 

Principali errori nella potatura degli olivi

Incuria. In fase di allevamento, anche in oliveti adeguatamente spaziati ed impostati, si rileva talvolta l’assenza di ogni tipo intervento cesorio (esclusi i polloni) durante i primi 2-3 anni di vita, spesso dietro suggerimento del vivaista. In tal modo la pianta investe maggiormente nella vegetazione più assurgente e vigorosa destinata a sostenere il vertice della naturale forma globosa, a discapito della vegetazione inclinata e meno vigorosa, utile per la formazione del vaso. I migliori risultati in termini di intensità e velocità di crescita si ottengono, invece, con assidui, rapidi interventi per indicare e confermare la desiderata direzioni di crescita.

Acefalia. Su oliveti in produzione si pratica sempre più spesso l’acefalia, cioè l’assegnazione alla chioma di spazi conformi alle esigenze degli operatori in fase di raccolta manuale o agevolata delle olive.

 periodo potatura olivo

Acefalia dell’olivo, dove la porzione superiore di chioma è stata soppressa per favorire quella inferiore

Lo sviluppo in altezza è limitato da drastici interventi di potatura che alterano fortemente il rapporto chioma/radici, favorendo l’attività vegetativa a discapito di quella produttiva. Talvolta si consentono maggiori altezze alla chioma, oppure si opera su cultivar di ridotta vigoria, per cui è minore l’alterazione del suddetto rapporto e si realizzano produzioni conformi al potenziale naturale, ma i costi di potatura degli olivi incrementano notevolmente dovendo gestire una pianta comunque squilibrata. Gli effetti sono, invece, disastrosi quando l’acefalia viene praticata su piante monumentali dove alle suddette alterazioni di tipo fisiologico ed economico si aggiungono alterazioni ambientali e sanitarie per una chioma mutilata nell’aspetto e per una porzione residua di tronco avviata ad un progressivo, rapido deperimento.

L’adozione della forma di allevamento a “vaso policonico semplificato” consente gli stessi precedenti obiettivi, ma con una maggiore produzione per effetto del ruolo di equilibratore e distributore di risorse tra attività vegetativa e produttiva svolto dalle cime (funzione di cima). La loro assenza, invece, induce una maggiore emissione di polloni e succhioni a discapito della produzione. La porzione inferiore di chioma gode anche di un miglior microclima in termini di luce, temperatura e umidità relativa dell’aria, per cui si riduce la sensibilità verso malattie che godono di zone d’ombra e ristagni di umidità atmosferica (es. occhio di pavone, cocciniglia, fumaggine, ecc.).

La riforma degli olivi potati tradizionalmente direttamente verso il “vaso policonico semplificato” può ritenersi, quindi, pratica raccomandabile per incrementare produzione e rese di raccolta, anche meccanica, senza incorrere in una eccessiva proliferazione di polloni e succhioni, che disperdono inutilmente risorse ed incrementano i costi di potatura.

Turnazione. Con l’intenzione di limitare i costi di produzione si propone, sempre con maggiore frequenza, la tecnica di potatura periodica, sia manuale che agevolata. I risparmi sono analoghi a quelli di una potatura manuale annuale al ritmo di 10 minuti/pianta che, però, meglio delle altre consente il conseguimento e la conservazione di una situazione di equilibrio tra attività vegetativa e produttiva, con positive ripercussioni su entità e costanza della produzione.

Formazione. La frammentazione delle strutture produttive e le croniche debolezze di alcuni anelli della filiera produttiva in campo agronomico hanno determinato un progressivo impoverimento culturale degli addetti, contribuendo alla perdita di competitività del comparto. Le associazioni di categoria, subentrate alle Istituzioni locali nel settore della formazione olivicola, solo in poche lodevoli eccezioni hanno curato la crescita professionale degli operatori, trascurando questo fondamentale aspetto o, peggio ancora, curandolo in modo clientelare con il risultato di consolidare tradizioni locali rese obsolete dai mutamenti economici e sociali.

Il ricco e variegato mondo delle associazioni olivicole dovrebbe più concretamente curare gli interessi degli olivicoltori condividendo la necessità di elevare le loro competenze nelle tecniche di potatura corrette, orientandosi ed organizzandosi allo scopo. Gli olivicoltori potrebbero così riprendere l’efficace percorso formativo avviato durante la prima metà del secolo scorso e concluso subito dopo con la riforma delle competenze in campo formativo e divulgativo e con l’avvento delle soluzioni agronomiche “miracolose”, basate sull’incremento della densità di piantagione e l’adozione di forme di allevamento “a parete”, tutte fallite con una rapidità proporzionale alla densità di piantagione.

www.giorgiopannelli.it

 

 

 

 

di Giorgio Pannelli
pubblicato il 02 marzo 2013 in Strettamente Tecnico > L'arca olearia

[8] COMMENTI

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De maio Stefano

11:25 | 01 dicembre 2013

Molto bello il suo articolo Dott. Pannelli.
Con la mia impresa mi occupo ogni anno di interventi di potatura negli oliveti della prov. di Genova, purtroppo spesso è impossibile da parte nostra effettuare potature adeguate a causa della cocciutaggine di quasi la totalità dei proprietari nel voler effettuare interventi pesanti con tagli a capitozzo su alberi che non ne hanno bisogno, pretendendo poi di recuperare la produzione in breve tempo.
Io vivo di questo lavoro e sono costretto mio malgrado a compiere atti di barbarie ai danni di questi poveri alberi per non perdere la mia unica fonte di sostentamento. Certamente comprendo che oliveti abbandonati da decenni hanno bisogno di essere riportati alla produttività anche contenendo l'altezza degli alberi, e poi?......si aspettano altri dieci anni prima di intervenire con il risultato di ottenere zero! Diverse volte anzi, tutti gli anni i frantoi e le associazioni di categoria organizzano dei corsi formativi molto interessanti, la mia speranza è che pian piano le cose cambino in modo che chi pota per professione ed ama gli alberi, possa godere alla vista dei "suoi pazienti" in perfetta salute ed armonia, senza più dover voltare la testa dinanzi allo scempio appena compiuto in nome di un'ambita quanto necessaria ricompensa.
Grazie di questo piccolo spazio...

Petracca Roberto

07:09 | 31 agosto 2013

L'argomento della potatura è davvero scottante. Oramai sempre più piccoli proprietari vi rinunciano totalmente o pensano di rinunciarvi, lasciando gli uliveti a un triste destino.
Siamo figli e nipoti di contadini e agricoltori ma le ultime generazioni di piccoli proprietari di uliveti sono fatte di avvocati, fotografi, medici, geometri, biologi, parrucchieri, cassieri, ingegneri, operai, ragionieri, infermieri, cuochi, militari, pompieri, farmacisti, ricercatori, assicuratori, preti, vescovi, sergenti, generali, suore, giudici, guastatori, sommergibilisti, elicotteristi, calciatori, cantanti, attori, registi, commercianti, fattorini, pizzaioli, investigatori, allenatori, professori, maggiordomi, corridori, insegnanti, segretari, postini, buttafuori, parlamentari, assessori, sindaci, dentisti, oculisti, senatori, gorilla, escort, avventurieri, doppiatori, ballerini e pittori. Viviamo l'era scaturita dalla fuga dalla terra e dal sudore contadino. Viviamo la natura e l'agricoltura attraverso i documentari televisivi e sudiamo in palestre a pagamento. I nostri figli ventenni non sanno che forma ha una gallina ma conoscono la forma di un varano di komodo o di una tigre siberiana. Viviamo gran parte della nostra vita lontani centinaia e migliaia di chilometri dagli uliveti che abbiamo ereditato. Non possiamo vendere gli uliveti perché non se li compra nessuno se non lo paghiamo. Quando non siamo sciatti, trascurati e noncuranti, siamo comunque proprietari non più in grado di fare da soli, non solo per le difficoltà derivanti dall'essere lontani ma anche per mancanza di tempo e di competenze. Per la potatura abbiamo almeno due grossi problemi di base: 1) Dobbiamo metter mano al portafoglio andando incontro a perdite economiche sicure. 2) Non sappiamo a chi rivolgerci e quando lo sappiamo lo troviamo occupato. Se eccezionalmente lo troviamo disponibile e siamo disposti a metter mano al portafoglio, lungi dal riuscire a curare gli uliveti combiniamo spesso dei disastri. Tipico è il caso in cui facciamo un contratto telefonico del tipo "ti pago la metà e ti prendi la legna". Quando infatti torniamo in paese per passarvi le ferie e andiamo a visitare l'uliveto, troviamo lo sterminio e ora pro nobis, amen.
Personalmente ringrazio il cielo perché in paese ho ancora la grande fortuna di avere un cognato che mi fa la cortesia di occuparsene.
Come opporsi a un destino di degrado e di abbandono?
La lettura dell'articolo ci dice che con l'uliveto non diventeremo ricchi, ma ci dice pure che è possibile fare qualcosa per provare a non diventare poveri. Se quando andremo in pensione torneremo al paese. Se saremo ancora in salute. Se gli ulivi saranno ancora vivi. Se nevicherà il giorno di ferragosto.
Grazie comunque a Giorgio Pannelli per la competenza che mette a disposizione di tutti. Leggendolo ci arriva la speranza che qualcosa sia possibile fare per opporsi al degrado degli uliveti senza necessariamente rimetterci dei soldi. Senza contare il contributo inestimabile che Pannelli da per la conservazione di una cultura millenaria e di una bellezza superba. Grazie. Bell'articolo davvero!

Piccolo Mario

11:40 | 31 marzo 2013

sono pronto a sfidare chiunque qui ad ANDRIA sui nostri uliveti .

Arnò Maria Sofia

17:10 | 11 marzo 2013

Molto interessante

Ciccarese Mimmo

15:08 | 05 marzo 2013

La ringrazio, dott. Pannelli, sia per la gentilezza della sua esaustiva risposta sia per aver apprezzato i miei interventi su TN che offre sempre molti spunti e opportunità per fare una corretta in-formazione in questo settore. I suoi, restano preziosi elementi tecnici ed riferimenti che non possono che giovare alla comunità.
Mimmo Ciccarese

Pannelli Giorgio

12:06 | 05 marzo 2013

Sig. Ciccarese,
ho letto con interesse il commento al mio articolo, così come ho apprezzato i suoi recenti interventi sempre su TN in tema di olivicoltura con piante monumentali.
La destinazione di queste piante può essere a scopo produttivo od ornamentale. Nel primo caso l'albero deve produrre frutti a costi sostenibili mentre, nel secondo caso, deve soddisfare gli aspetti ornamentali e paesaggistici. La grande differenza tra le due destinazioni è nelle pratiche di gestione dell’albero: nel primo caso lo scopo è quello di ottenere il massimo reddito conseguendo le migliori prestazioni produttive al minimo costo, nel secondo caso lo scopo è quello di ottenere la massima espressione estetica e, al contempo, la sicurezza dell'albero.
Comunque il vaso policonico, con la semplificazione così efficacemente descritta dal lettore Marino Mari e con le varianti di basso e largo oppure alto e stretto, si presenta come la forma ideale per esaltare la produzione e ridurre i costi di potatura e raccolta (meccanizzata con bacchiatori meccanici), oppure preservare ed esaltare l’aspetto monumentale degli alberi.
La potatura dovrebbe essere limitata all’indispensabile con tagli di diametro inferiore ai 12-13 cm altrimenti si rischiano infezioni di carie del legno, anche in presenza di trattamento delle superfici di taglio con paste fungicide e/o cicatrizzanti. Una corretta potatura dovrebbe prevedere tagli che rispettano la forma naturale della chioma, la struttura, i meccanismi biologici e fisiologici, con asportazioni massime, confermo, pari ad 1/3 del volume della chioma stessa.
Quello che purtroppo si osserva è una totale mancanza di prospettive per l’olivicoltura in generale e per quella monumentale in particolare, per cui sempre più spesso vengono praticati interventi di potatura rovinosi sia per l’aspetto agronomico che per quello ornamentale. Solo in olivicoltura si assiste all’assurdo di remunerare qualcuno per danneggiare un proprio mezzo di produzione (di olive e/o di immagine) con una pratica sconsiderata come la capitozzatura.
Saluti,
Giorgio Pannelli

Ciccarese Mimmo

08:59 | 03 marzo 2013

Le chiedo, Dott Pannelli ancora se esiste un “disciplinare delle prestazioni” che fornisca definizioni più dettagliate in merito o se nella progettazione dei lavori, è prevista, la conveniente presenza di un agronomo o di un forestale in grado di verificare i compiti da svolgere o magari verificare e certificare le competenze del potatore incaricato o del committente. Spesso sono proprio i vocaboli tecnici utilizzati nelle concessioni a creare equivoci e incomprensioni; il limite che marca il termine “taglio della chioma” spesso coincide con un’altrettanta energica “spalcatura” o “capitozzatura”, senza mai definire l’entità del taglio. Forse non tutti sanno, ad esempio, che l’asportazione di tessuto legnoso con la potatura ordinaria, non deve superare il 30% del volume dell’albero per evitare spiacevoli squilibri e Acefalie. Specie quando si tratti di intervenire su olivi monumnetali, la delicatezza del taglio equivale ad una vera opera di restauro;in molti casi ci fanno davvero riflettere se non proprio rabbrividire. Grazie per il apporto!

Mari Marino

12:03 | 02 marzo 2013

Sintetizzerei la lezione del Dottor Pannelli in due frasi:
1) il massimo di frasca con il minimo di legno;
2) l'olivo potato meglio è sempre quello potato più alla svelta.
Aggiungo una considerazione.
In Toscana definiamo oliveto specializzato un impianto a vaso policonico con densità di 250 piante l’ettaro. Il che non è vero. Le 250 piante l’ettaro sono un’eredità della mezzadria, quando sotto gli olivi si faceva la rotazione ottennale delle culture erbacee seminando perfino il grano. Sulla fila gli olivi, pur allevati alla Roventini, potrebbero benissimo stare a una distanza di 4 metri. Distanze maggiori, 5-6 metri, erano giustificate con l’esigenza di seminare. Oggi sono solo spazio sprecato.
Cordiali saluti,
Marino Mari

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