Anno 10 | n. 20 | 22 Maggio 2012 | Direttore LUIGI CARICATO | redazione@teatronaturale.it
Sugli allori non si può rimanere certo per molto tempo. La storia è fatta di ascese e ricadute e nulla è così scontato come si è abituati per comodità a ritenere. In una società globalizzata come l’attuale, tutto diventa ancora più complicato. L’ho ampiamente dimostrato in una mia inchiesta pubblicata lo scorso aprile sull’annuario 2005 di “Enotria”.
“Italia e nuovi competitors: una sfida tra extra vergini”, era questo il titolo.
Ora riprendo il tema con un’intervista ad Antonio Cimato, ricercatore presso l’Ivalsa, l’Istituto del Cnr per la valorizzazione del legno e delle specie arboree con sede a Sesto Fiorentino.
Il rischio dell’invasione di oli di provenienza del Nuovo mondo non è poi così lontana dal vero, e potranno affacciarsi minacciosi forse più che sui nostri mercati, su quelli, commercialmente ben più appetibili, nei quali già vantiamo da tempo un primato nelle vendite e nelle abitudini di consumo. Ma nulla, si sa, è eterno. Il punto di forza dei nuovi Paesi produttori è nella qualità, nel prezzo più abbordabile, nella presenza sul mercato in un periodo differente...
Vedremo.

I suoi viaggi nel mondo oliandolo proseguono instancabilmente?
Sì, ho portato con me l’olio novello dal Cile, appena franto nei giorni scorsi.
E con il Cile entra così irruentemente in scena, come per i vini, il rischio di una concorrenza spietata da parte del cosiddetto Nuovo mondo. Ecco, come si presenta in particolare la situazione oggi?
In pieno fermento, pur tra molte complessità. In Cile e in Argentina hanno piantato in questi anni le nostre varietà europee, ma non tutte hanno dato buoni risultati, quelli attesi. Nel Nord dell’Argentina, in particolare, sono già al quinto, sesto anno, che le piante di varietà Frantoio non producono. Le industrie italiane sono molto agitate in quanto la resa in olio delle olive resta molto bassa. D’altra parte quando si fa un discorso di investimento occorre stare molto attenti. Piuttosto che trasferire le piante da un Paese all’altro, senza conoscerne i condizionamenti, sarebbe stato più opportuno fare delle opportune verifiche. I produttori di Argentina e Cile hanno piantato a dismisura le varietà Hojblanca, Arbequina, Frantoio e Leccino; e non è che si siano trovai poi così bene.
Che prospettive si aprono, dunque?
Terribili, secondo me. Perché ho visto fare degli impianti molto fitti con l’idea che si possa trarre una maggiore redditività. Quanto alla raccolta, c’è il proposito di ricorrere a macchine simili alle vendemmiatrici. E’ davvero possibile praticare una simile ipotesi? Vedremo. Le loro idee intanto sono molto interessanti, soprattutto perché si orientano a costi di produzione dell’olio molto competitivi, intorno a due dollari al chilo. Io ci credo poco, ma in ogni caso le loro produzioni sarebbero di gran lunga più convincenti rispetto ai nostri costi. Diventerà dunque un mercato più competitivo dal punto di vista economico. Sul tipo specifico di prodotto, il Cile sta facendo cose egregie. Ho visto prodotti molto interessanti, i quali hanno meritato numerosi riconoscimenti per l’alta qualità, con premi ottenuti sia in Italia, sia in altri Paesi.
Dobbiamo restare ben in guardia?
Sì, l’Italia dovrà stare attenta perché l’olio non ha segreti. Fare un buon olio non è un problema. L’olio lo fa l’oliva. Le macchine ci sono, e sono ormai predisposte a tirarlo fuori bene l’olio. Se continueranno a raccogliere le olive nei tempi giusti, cosa che stanno opportunamente facendo con tutte le attenzioni del caso, verranno senz’altro fuori degli oli del tutto particolari e di grande qualità. Sono extra vergini, per intenderci, freschi di molitura; giungono sui nostri mercati sin nel mese di maggio. L’olio novello prodotto in Cile non ha niente a che invidiare ai nostri extra vergini. E’ un olio perfetto, che regge piuttosto bene il confronto con le nostre migliori produzioni.
Riguardo invece ai problemi di produttività di cui si è detto?
Credo che dopo la grande confusione che si è creata in un primo momento, oggi possiamo per esempio iniziare a riconoscere le varietà più adattabili ai climi di Argentina e Cile. Quando sono stati realizzati i primi impianti, cinque anni fa, è stato messo di tutto e di più in campo. Mi riferisco alle scelte adottate da aziende che hanno cinquecento o seicento ettari, non ad aziende di soli dieci ettari. Qualcuno tra questi imprenditori possiede perfino degli oliveti di ottocento ettari: ecco, oggi chi ha sbagliato dovrà sicuramente piangere un poco. Quando una pianta non ha prodotto va rivista. Si comprende bene che non è un conto da nulla. Purtroppo molti tra loro sono stati ammaliati dall’idea di realizzare impianti da tre metri per uno.
C’è la responsabilità di qualcuno in tutto ciò...
Già, c’è la responsabilità di qualcuno. C’era chi programmava i cinque chili di olive per pianta, ma finora simili livelli produttivi non si sono ancora visti. Ci sarà un po’ di rivoluzione insomma, da qui in avanti; un po’ come è accaduto in Australia qualche tempo fa.
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