Anno 15 | 26 Settembre 2017 | redazione@teatronaturale.it ACCEDI | REGISTRATI

C'è del marcio nel mondo dell'olio d'oliva. 8000 tonnellate di sospetti. E' davvero tutto qui?

L'operazione Arbequino porta alla luce un “meccanismo fraudolento” che vede al centro l'Azienda Olearia Valpesana Spa. Finalmente un'inchiesta con nomi e cognomi. La Guardia di Finanza fornisce i particolari delle indagini. Gli inquirenti non si fermano. Episodio isolato o truffa sistemica?

8.000 tonnellate, 80.000 quintali, 8.000.000 di litri. Falso olio d'oliva extra vergine che non provocava alcun danno alla salute del consumatore ma certamente inquinava il mercato. A tanto ammonta il maxi sequestro della Guardia di Finanza di Siena presso l'Azienda Olearia Valpesana Spa di Monteriggioni (SI). La misura cautelare è stata presa in seguito ad accertamenti che hanno permesso di scoprire che 4.323,934 tonnellate erano ottenute dalla illecita miscelazione con materie prima di categoria inferiore (quali oli di oliva lampanti e vergine) e che 3.850,12 tonnellate di olio extra vergine di oliva, dichiarato al 100% italiano, erano state invece ottenute dalla miscelazione indistinta di prodotti di origine spagnola e greca. A seguito di questa operazione sono inoltre state sequestrate altre 450 tonnellate di extra vergine, non conforme agli standard di legge, presso quattro importanti società del settore, risultate essere tra i maggiori clienti della Valpesana.

Il titolare dell'Azienda Olearia Valpesana Spa, Francesco Fusi, e tre dipendenti dell'impresa sono finiti agli arresti domiciliari. Si tratta del direttore amministrativo, del chimico e di un addetto alle vendite.

Quel che stupisce in tutta questa operazione è però la ricchezza di dettagli fornita dalla Guardia di Finanza, tanta è la sicurezza dell'impianto accusatorio.

L'attività d'indagine è iniziata nel maggio di quest'anno e “la disamina degli interessanti documenti acquisiti, unitamente agli esiti captativi delle intercettazioni telefoniche e telematiche, ha consentito di portare alla luce un meccanismo fraudolento, in atto sin dall’anno 2010, basato su una prassi molto estesa utilizzata dall’azienda che, dopo aver contrattato con i propri fornitori comunitari (Spagna e Grecia) ed extra CE (Tunisia), indicava nel registro ufficiale di carico/scarico telematico (S.I.A.N. Sistema Informativo Agricolo Nazionale) come olio di oliva vergine/extra vergine, partite di olio non aventi all’origine i requisiti merceologici per poter essere designate come tali. Tra la documentazione acquisita inizialmente nel corso della verifica fiscale sono stati rinvenuti numerosi contratti di acquisto di partite di olio vergine/extra vergine da fornitori iberici recanti, accanto ai valori ufficialmente dichiarati, appunti manoscritti riportanti le indicazioni dei reali parametri chimici (alchil esteri, perossidi e livello di acidità), notevolmente al di fuori di quelli previsti dalla normativa comunitaria per poter rivendicare un olio come extravergine di oliva.”

“Si pensi, per dare un’idea della frode posta in essere, che venivano ottenute vere e proprie miscele utilizzando materie prime di origine greca e spagnola in percentuali talvolta pari al 30-40%.

Il prodotto finale veniva rivenduto allo stato sfuso ad una serie di importanti aziende imbottigliatrici, ubicate in diverse regioni italiane, tra le più importanti a livello nazionale, che provvedevano al successivo confezionamento e cessione alle catene della grande distribuzione sul territorio nazionale ed estero. In taluni altri casi il prodotto era destinato direttamente ad aziende confezionatrici operanti all’estero.”

Senza volerci soffermare sulla lunga lista di reati penali contestati agli accusati, è interessante una frase finale del comunicato della Guardia di Finanza: “Le indagini, che vedono coinvolti altri contesti territoriali sia nazionali che internazionali, anche grazie all’apporto fornito da collaterali organismi di polizia, sono tuttora in fase di sviluppo al fine di delineare il quadro complessivo della frode olearia che contempla non soltanto aspetti di natura penale, ma anche evidenti ed interessanti profili di natura economico-finanziaria, suscettibili di ulteriori sviluppi.”

 

Teatro Naturale si unisce alla lunga lista di plausi per l'operato della Guardia di Finanza e degli inquirenti tutti. Non facciamo certo i salti di gioia nello scoprire che c'è del marcio nel settore dell'olio ma siamo ben consapevoli che lasciare questo malaffare nell'ombra danneggia il comparto più che portarlo alla luce.

Fino ad oggi abbiamo dato poco risalto ad altri sequestri e attività d'indagine. Creare allarmi ed allarmismi per pochi quintali d'olio falsificato, magari nel garage di casa, ci pareva assolutamente esagerato. Occorre senso della misura. Spesso i sistemi di truffa, come le vendite porta a porta, erano arcaici e, per qualità e quantità, non potevano certo essere considerati responsabili di viziare il mercato. Certo scandalismo imperante, però, poteva danneggiare seriamente l'immagine dell'Italia oliandola.

La situazione, oggi, è diversa. I fatti emersi destano preoccupazione perchè è coinvolto un grande commerciante d'olio, poco noto, se non agli addetti ai lavori, ma di primaria importanza. I volumi interessati, sebbene rappresentino meno dell'1% di quanto commercializzato (import e export) dall'Italia, sono comunque imponenti. Le truffe, a detta degli inquirenti, non hanno riguardato poche e isolate partite d'olio ma sono state sistematiche e sono iniziate dal 2010. Tre elementi che non si possono ignorare.

Quanto tutto questo ha potuto condizionare gli scambi e le quotazioni? E' opinione diffusa tra gli operatori che, per influenzare significativamente il mercato, debba circolare almeno il 10-20% di prodotto truffaldino sul volume totale. Significa 100-200 mila tonnellate. Siamo, al momento, ben lontani da queste cifre ma è necessario capire se l'operato dell'Azienda Olearia Valpesana Spa è un caso isolato oppure se si tratta di un fenomeno endemico al comparto.

Un segnale importante, in questo senso, lo potrà anche dare l'atteggiamento dell'associazionismo del settore. Non solo il mondo della produzione ma anche quello del commercio e dell'industria. Il Cno ha lanciato un messaggio forte e chiaro, costituendosi parte civile.

Sarebbe bello, anche se forse un po' utopistico, che tutto il mondo associazionistico si costituisse parte civile nel procedimento. Al di là degli esiti processuali, per isolare i “furbetti” e dimostrare che il comparto è sano non occorrono solo dichiarazioni ma anche gesti concreti.

di Alberto Grimelli
pubblicato il 30 giugno 2012 in Strettamente Tecnico > L'arca olearia

[32] COMMENTI

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Iapoce Giuseppe

08:56 | 03 luglio 2012

Sig. Breccolenti,
che molti degli olii in commercio siano difettati non è certo ne una novità e ne una mia scoperta. Lo sanno tutti. Mi stupisco piuttosto che lei ne resti così sorpreso. Non mi dirà mica che non ha mai mangiato in un ristorante nel quale le hanno servito dell'olio rancido o con riscaldo??? Suvvia!
Io non ritiro nessuna mano e ne scaglio il sasso....ho fatto solo un test mio personale.
Sono in contatto spesso con gli organi che devono fare i controlli i quali sanno di questa situazione perfettamente..ogni tanto ne beccano qualcuno....lo sanzionano...ne fanno ritirare il lotto dalla vendita...ma è come voler tamponare un fiume in piena con un cerotto......e secondo lei io cosa dovrei fare? Guardi che non ne veniamo mica fuori se ci intestardiamo con le poesie sul territorio, la tutela del locale....fra un pò ci mettiamo a parlare di terroir anche nell'olio (qualcuno lo ha già fatto....).
Le faccio un esempio che non c'entra nulla ma serve per capire: Ciliegie: lei saprà che in Italia le ciliegie si raccolgono con il picciolo..e solo con il picciolo. Bene...sono molto belle le ciliegie con il picciolo..peccato però che dalla Spagna arrivano già le ciliegie in blister senza picciolo...costano la metà e rispetto alle ciliegie con il picciolo che hanno già qualche giorno di tempo si vendono anche di più...(perchè il picciolo è bello da vedere sinchè è molto fresco...appena di avvizzisce un pò il consumatore preferisce le ciliegie senza picciolo).Questo per dire cosa? per dire che mentre in Italia tutti si stracciano le vesti se qualcuno avanza la coltivazione di varietà a raccolta senza picciolo, dalla Spagna se ne fregano e mandano in Italia le ciliege senza picciolo a farci concorrenza. Ultima beffa: le varietà che si prestano a questa raccolta (perchè si può fare solo con certe varietà...) sono state scoperte e sviluppate in Italia. Meditate gente..meditate...

breccolenti giovanni

20:38 | 02 luglio 2012

Mi scusi sign. Iapoce,che vuol dire "si fa per parlare"? Cioe' si scaglia il sasso e si ritira la mano? Certo che non tocca a noi controllare ma tocca a tutti quelli che sono innamorati di questo prodotto (soprattutto noi del settore) segnalare a chi di dovere delle cose poco chiare.Poi certo saranno loro a decidere se approfondire o no (li paghiamo per questo).Stiamo parlando di un prodotto importante per la nostra economia che è sempre stato il fiore all'occhiello e lei dopo avere detto che otto oli extravergini su otto sono difettati(se non è grave sta cosa!!!!,Faccia lei) dice "io non mi soffermerei troppo sul risultato del mio test"!!!!!!Perche' è una goliardata o altro?

Iapoce Giuseppe

16:24 | 02 luglio 2012

Beh qui si fa per parlare...non sta a noi svolgere le funzioni che lei ha auspicato...ma io non mi soffermerei troppo sul risultato del mio test che ha una validità molto relativa (anche se indicativa di un certo andazzo), piuttosto mi piacerebbe sapere cosa ne pensate della mia provocazione (continuo a chiamarla così ma io ci credo sul serio...) di abolire l'utilizzo di ogni indicazione di origine ma anche ogni dicitura facoltativa sulle etichette e rendere l'olio di oliva un prodotto assolutamente anonimo salvo poi mostrare in tavola tutto il suo carattere....se ne ha...e che ognuno se lo "costruisca" come vuole...italiano, spagnolo, tunisino, greco, israeliano.....sarà il mercato a premiare chi merita. E' inutile tentare di tenere in vita un soggetto, "l'extravergine d'oliva con denominazione" ormai defunto.

breccolenti giovanni

15:50 | 02 luglio 2012

Se vogliamo veramente bene a questo prodotto e se lei è convinto di quello che dice,l'unica cosa veramente efficace da fare è verificare bene quello che lei ha rilevato sottoponendo gli oli a una commissione certificata.Poi se il dato che gli oli presentano difetti viene confermato si fa la segnalazione alla repressioni e frodi che dispone di una commissione ufficiale di assaggio e che verificherà il tuto.Questo è fare qualcosa di utile per il prodotto.Poi dopo puo' anche divulgare il responso(con questo non voglio dire che lei non è in grado e che non puo' dire certe cose,ci mancherebbe,solo che è completamente inutile e non è di nessun aiuto per l'olio riportare i dati che lei ha detto).Come avrebbero dovuto fare il sign. Tesi e Grimelli (e non so se l'hanno fatto) quando hanno sentito dei DOP gravemente difettati,non avrebbero fatto altro che del bene alla DOP in questione.

Iapoce Giuseppe

14:59 | 02 luglio 2012

Salve Breccolenti,
ho fatto questo test come assaggiatore (a parte i diplomi, che poco dicono, frequento abbastanza regolarmente sessioni di assaggio di allenamento presso l'Università di Cesena) anche se non faccio parte di nessun panel.
Sono inoltre resp. di un frantoio cooperativo, produttore di olive e olio Gentile di Larino e appassionato da sempre.
Si di 8 oli commerciali marche più blasonate erano tutti difettati...perchè è una novità?
Certo non possiamo generalizzare perchè il test da me effettuato è evidentemente limitato ai lotti da me valutati in quel momento....però sono quasi certo che se ripetessimo oggi il test non avremo risultati molto diversi......
Io lancio questa provocazione che certamente non è nuova ma può essere utile rispolverarla....e se eliminassimo una volta per tutte questa ormai ridicola denominazione "olio extravergine di oliva" ?
Avete mai sentito parlare di vino extravergine di uva?

breccolenti giovanni

13:15 | 02 luglio 2012

Sign Iapoce,scusi se entro nel particolare ma lei ha fatto questo test come assaggiatore professionista o come consumatore conoscitore dell'olio? O si è fatto aiutare da qualcuno professionale? No perche' sta dicendo che di otto olio extravergini da lei testati (o non so' chi per lei) piu' o meno erano tutti difettati.

Iapoce Giuseppe

09:28 | 02 luglio 2012

Buongiorno, non sono riuscito a leggere tutti gli interventi per cui mi scuso se questa mia suggestione fosse stata già affrontata.
Purtroppo il binomio olio di basso prezzo = olio di scarsa qualità non è vero.
Qualcuno che mi ha preceduto negli interventi ha evocato questa situazione come paradossale quasi addossando la colpa ai consumatori che comprando olio di basso prezzo alla fine finanziano coloro che lo producono con metodi fraudolenti.
Magari fosse così! Dovremmo "solo" lavorare sull'educazione alimentare verso il consumatore che nei confronti dell'olio è ancora molto scarsa.
Ho provato personalmente a comprare 8 tipologie di olio extravergine di olive delle marche più note che tutti conosciamo. Ho pescato per ogni marchio tipologie diverse e fasce di prezzo diverse. Testati i vari campioni l'olio peggiore con è stato quello che costava meno (intorno ai 3 euro) ma quello che costava di più.
Inoltre quello che costava di meno è risultato addirittura il migliore fra tutti (o meglio quello con i difetti meno accentuati).
E' questo il vero problema!
Non aggiungo altro....

breccolenti giovanni

19:57 | 01 luglio 2012

Sign. Grimelli,domattina andro' al CNR per capire bene qual'era stata la ragione del contendere e cio' che ha creato le perplessità.
A risentirci.

Grimelli Alberto

18:55 | 01 luglio 2012

Gent. Sig. Breccolenti, non era mia intenzione sminuire o sottovalutare il metodo. Vi sono delle ragioni tecniche che ne limitano l'applicabilità che discussi, qualche anno fa, proprio col gruppo del CNR. Lo spazio dei commenti consente solo qualche cenno, una battuta, non permette di affrontare la tematica col dovuto approfondimento e a 360 gradi. Sull'argomento Teatro Naturale ritornerà quindi con un apposito articolo. Buona domenica

occhinegro massimo

18:27 | 01 luglio 2012

Grazie per il chiarimento.

breccolenti giovanni

18:18 | 01 luglio 2012

Sign. Grimelli, Visto che in questo sito non si è mai parlato o almeno mai in questo ultimo anno di questa importante metodica del DNA che lei liquida in due parole dicendo "spesso è così poco il contenuto di DNA nell'olio che anche una contaminazione accidentale può falsare il risultato" vogliamo entrare nei dettagli? Dove dovrebbe avvenire una contaminazione accidentale,in fase di prelievo degli organi di controllo o dove? Sta parlando delle tracce di DNA degli impollinatori che minimamente influiscono sul risultato finale? Insomma,stiamo parlando di una metodica che ci potrebbe dare certezze sulla DOP (almeno dal punto di vista varietale),sui monovarietali(con la fisiologica tolleranza del 10-15% come nel vino),sull'origine dell'olio(da noi le varietà tipiche di zone di importazione sono presenti in quantita' minime da non influenzare i risultati del test),sull'aggiunta di oli estranei,quindi non penso sia giusto liquidarla con quelle scarne e generiche parole.E non sto qui a far pubblicità al gruppo del CNR che è arrivato a mettere a punto questa metodica,ben venga qualsiasi metodo che ponga fine a tutte le furberie e truffe, come quello degli isotopi di cui qui si è parlato,parlo di questo solo perchè questo lo conosco e ho visto la sua efficacia (non a caso grossi gruppi della distribuzione e grandi importatori se ne stanno interessando).
Sign.Grimelli la cosa fondamentale è capire se questo metodo è efficace e inattaccabile,quindi se lei pensa che sia raggirabile parliamone,ma molto piu' in profondità,magari coinvolgendo(ma sul serio) anche chi lo ha messo a punto.

Grimelli Alberto

18:13 | 01 luglio 2012

Solo per onor di precisione.
La dotazione finanziaria italiana per il settore oleario è di 72 milioni di euro all'anno, fino al 2013. L'Italia ha deciso di destinare il 5% di questi fondi all'art 69 (programmi attività organizzazione professionali). Restano quindi per gli olivicoltori 68,4 milioni di euro all'anno.
La produzione, a seconda che si prendano i dati ufficiali o ufficiosi, varia da 500.000 tonnellate a 300.000 tonnellate all'anno, corrispondenti rispettivamente a 500.000.000 Kg e 350.000.000 Kg.
68.400.000 / 500.000.000 = 0,1368 euro/kg
68.400.000 / 300.000.000 = 0,228 euro/kg
Il calcolo in questione ha comunque solo un fine statistico in questo l'aiuto al singolo produttore non viene versato in ragione della produzione effettiva dell'anno ma in base a quella storica (riferimento campagne 1999/00 - 2002/03).

occhinegro massimo

18:09 | 01 luglio 2012

Chiedo scusa, 300.000 tonnellate e non 300.000 kg.

occhinegro massimo

15:46 | 01 luglio 2012

Al sig. Tesi dico, le notizie appaiono in tutto il loro risalto mediatico anche quando qualche delinquente in un garage mette clorofilla in 5000 litri di olio di semi e poi aggiungo, proprio perche' ai giornalisti non si chiede una specifica competenza, non devono tracimare, come invece spesso accade. Al sig. Bertini dico, qui non si parla di oli deodorati, sembrerebbe. In ogni caso le regole devono farsi valere a livello di Unione Europea e non di normativa nazionale. Tempo fa era successo imponendo un limite molto basso per un pesticida facendo un favore agli spagnoli . Conseguenza? Facile ad immaginarsi. Ci poniamo spesso limiti che neanche noi siamo in grado di rispettare. Per concludere il Berizzi ha detto nefandezze . Per giustificare il piano accusatorio ha sostenuto che gli oli, comprati da Spagna e Tunisia costassero rispettivamente 50 centesimi e 25 centesimi al chilo. Il tutto per avvalorare l'idea dei guadagni miliardari degli inquisiti. O lo dimentica? Occorre chiarezza e dire finalmente le verità nascoste . Mi pare che i produttori italiani prendano 750.000 di euro su una produzione ( gonfiata) media di 650.000 di kg. Mentre la produzione effettiva sarebbe di 300.000 kg di olio di pressione. Quindi il contributo al kg e' di 2,30 al kg . Questi soldi sono stati investiti o intascati? Qualcuno potrebbe cortesemente darmi una risposta?

Bertini Antonio

12:32 | 01 luglio 2012

Il buon senso lo dovrebbero usare coloro che vendono miscele di olio di oliva lampante con olio da olive coratina, etc, per olio di oliva extravergine, danneggiando tutti quelli che l'olio extravergine vero lo volevano produrre e che sono stati costretti a chiudere bottega perchè quello del supermercato extravergine come il loro costa solo 2,50 euro.
Gli Alchil esteri si formano quando l'oliva è ammassata e fermentata e produce alcol etilico, ora se io scaldo quest'olio a bassa pressione (deodorazione mild) per allontanare i difetti di avvinato (estere etilico dell'acido oleico) non posso più etichettarlo come extravergine.
Allora, una volta per tutte, stabiliamo che l'olio ottenuto in questo modo è ugualmente extravergine e non ci saranno più frodi e fughe di notizie.(ma a proposito Berizzi non aveva scritto fantasie?)
Oppure diciamo che questo olio per andare incontro ai consumatori è stato sottoposto ad un processo di deodorazione ovvero di upgrading? di rettifica? di raffinazione? e lo scriviamo in etichetta così differenziamo chi si fa un mazzo tanto per fare l'extravergine fruttato da chi invece si diverte a prendere per i fondelli il popolo bue dei consumatori.
Basta poco che ce vò!

tesi stefano

12:06 | 01 luglio 2012

Il discorso è complesso e cambia molto secondo la prospettiva di osservazione. Occorre sempre sapere che la stampa non può essere tecnicamente preparata come un addetto ai lavori (al quale del resto non si chiede di saper fare il giornalista), nessuno pretende che i giornalisti siano di precisi con, ad esempio, la terminologia medica. Basta che non scambito un infarto per un mal di gola, è ovvio. La necessità dell'informazione è farsi capire, altrimenti rimane un'informazione virtuale. Spetta poi al lettore saper leggere, senza assorbire acriticamente le notizie. Il mestiere del giornalista è cercare le notizie, verificarle e pubblicarle, è compito di un inquirente tenerle riservate. Non si può accusare la stampa di fare il proprio lavoro: se non si vuole che le cose "escano", basta tenerle nascoste.
Più in generale, è vero anche che le frodi sono diffuse, solo quelle più clamorose fanno notizia e spesso con un rumore spropositato. E' però anche vero che le "sputtanature", scusi il temine, interessano a tutti mentre le smentite non interessano a nessuno dei lettori, anche se pubblicate.
Alla fine dei giochi, però, la verità è che i fatti negativi accadono e la complessità della materia non aiuta l'informazione.

occhinegro massimo

11:16 | 01 luglio 2012

Gent.mo Tesi, purtroppo scrivere con strumenti elettronici portatili non consente di scrivere con la giusta completezza. Per carità e' sacrosanto che i giornalisti riportino le notizie per informare il cittadino. Purtroppo pero' molto giornalismo puo', a mio parere essere classificato, diciamo sbrigativo e sensazionale. Si vuole far leggere di più e quindi si da più appeal. Ed ecco che il deodorato diventa deodorante, che l'olio extra vergine di oliva truffaldino diventa " pericoloso per la salute". E' sufficiente leggere un po' di qua e un po' di la' per rendersi conto di questo . Così come accade anche che ci sia stata violazione del segreto istruttorio nell'articolo del dicembre 2011 del Berizzi. Nessuno ha detto nulla in proposito. E' normale tutto questo? Come e' possibile che finanzieri, CFS , autorità doganali possano interagire con giornalisti ed associazioni avendo a disposizione informazioni che dovrebbero essere tenute riservate? La giornalista indiana ha fatto non bene ma benissimo a scrivere questo ma era riportato non nel titolo, ma molto avanti nell'articolo. E non mi pare che questa frode anti italiana abbia avuto alcun risalto ad esempio in Italia. Perché ? Ciò che desidero sostenere e' che se siamo in Europa tutto dovrebbe essere uniforme. Mi pare che in Italia ci sia l'estremo desiderio di voler apparire e questo vale per i giornalisti , per la magistratura e per gli inquirenti. Ci vuole decisamente più buon senso. Sulle Dop concordo.

tesi stefano

10:46 | 01 luglio 2012

Caro Occhinegro,
lei si pone molte, giuste e condivisibili domande ma mi pare che, alla fine si contraddica. Una cosa è la infatti "comunicazione" (che è fatta da chi ha un interesse economico nelle cose di cui parla), per la è giustamente necessario equilibrio, un'altra è l'informazione (che è fatta dai giornalisti), che attiene al diritto del cittadino ad essere messo al corrente di ciò che accade. Se escono notizie "sensazionali" la colpa non è dei giornalisti, che le riportano, ma di chi provocas i fatti riportati. Le faccio un esempio: il caso da lei citato della giornalista indiana che ha visto in Spagna i cartoni con scritto "product of Italy" avrebbe dovuto riportare la notizia ai lettori oppure no?
Detto questo, per evitare che il discorso si diluisca in argomenti troppo generici, vorrei tornare al punto e, giornalisticamente, chiedermi se sia una "notizia" o meno il fatto che a un panel di assaggiatori professionisti arrivino campioni dop/igp precedentemente promossi come privi di difetti da un altro omologo panel e rivelatisi invece tanto difettati da non poter neppure superare il test per la qualificazione di extravergine.

occhinegro massimo

07:53 | 01 luglio 2012

Gentili signori, tutto questo accade perché non c'è chiarezza sui numeri e sulle qualità prodotte nonché una assoluta carenza di uniformità sia sul lato dei controlli che sul piano della classificazione qualitativa a livello di Unione Europea. Quanti organi di controllo ci sono ad esempio in Soagna in Grecia ed in Italia o anche al di fuori dell'UE? Quanti controlli sono effettuati, dovendo e volendo fare un'analisi comparativa? Se un olio e' extra vergine per le autorità spagnole, in Italia, fermo restando la sua chiara origine, quale ne sarebbe la classificazione? In Spagna una giornalista indiana, nel visitare una cooperativa spagnola, aveva notato pile di cartoni con la scritta " product of Italy". Dove sono gli organi di controllo spagnoli? Quanto olio di oliva si produce realmente in Italia e a quale categoria merceologica appartiene? Nonostante l'informatica nessuno e' ancora in grado di dirlo. Perche'? Tutti sanno che i numeri produttivi sono sempre stati pompati per via dei forti aiuti comunitari e quindi non sarebbe opportuno adesso sapere da quale base reale si parte? Solo così si possono delineare serie linee di pianificazione per migliorare il settore. I falsi numeri incoraggiano scelte fraudolenti. Siamo proprio sicuri che una DOP di un certo posto e' di quel posto? Nessuno si e' mai preso la briga di fare due calcoli tra produzione e vendita? Le frodi devono essere scoperte ma occorre equilibrio nella comunicazione onde evitare che all'estero l'immagine dell'Italia oliandola sia danneggiata in toto, trascinando in questo deterioramento tutti, buoni e cattivi, onesti e disonesti , continuando a fare il gioco della Spagna, che non aspetta altro che godere di questo nostro sensazionalismo.

Grimelli Alberto

21:03 | 30 giugno 2012

Solo per confermare che in quella seduta effettivamente si trovarono diversi oli Dop e Igp con difetti molto evidenti con mediana superiore a 3,5, quindi classificabili come lampanti. Come può accadere? La domanda e la riflessione di Tesi va approfondita. Non ho ricette precostituite. Una riforma è però necessaria.

tesi stefano

20:24 | 30 giugno 2012

Mah, veramente nel caso a cui alludevo, una seduta toscana alla quale mi pare fosse presente anche Grimelli, non c'erano sfumature o punte di qualcosa, erano proprio olii inavvicinabili, per essere chiari. Quindi nella mia domanda non c'era nessuna provocazione, ma solo una certa angoscia: come è possibile che prodotti così esplicitamente scadenti abbiano poututo prima superare l'esame organolettico dop/igp e poi essere addirittura candidati per un concorso? Che si sia trattato di commissioni distratte, di produttore ignorante, di partite guaste o di tutte le cose insieme, la cosa è sconcertante. E non era un olio solo...

breccolenti giovanni

19:50 | 30 giugno 2012

Caro collega assaggiatore,visto che fa parte di una commissione di assaggio professionale(non so se appoggiata a qualche associazione di categoria),visto che quindi conoscerà le metodiche e procedure dei ricorsi che il sign. Grimelli ha ben spiegato in un suo ottimo intervento alla rassegna degli oli monovarietali,penso che la sua domanda sia provocatoria.Sappiamo benissimo perchè in alcuni casi succede quello che lei dice e che è in parte vero.E' che la famosa sfumatura,la famosa punta di qualcosa al naso si tende a far passare per "maturone" se no si farebbero delle stragi,soprattutto in annate di siccità intensa o comunque con stagioni non proprio consoni all'alta qualità,che portano ad errori in alcune fasi del processo di ottenimento dell'olio.
Il caso del difetto marcato è piu' un eccezione anche se ultimamente c'è stato qualche caso in piu'.

tesi stefano

18:04 | 30 giugno 2012

Caro Breccolenti, devo essermi spiegato male perchè nel mio post sul blog ho detto esattamente quello che dice lei. La differenza di controllo tra l'assagio a monte (dop) e a valle (extravergine) è chiarissima.
Meno chiaro è perchè (parlo per esperienza personale e diretta) a fronte di degustazioni selettive obbligatorie effettuate a monte, si trovino poi in bottiglia degli olii dop o igp (addirittura presentati in concorso) gravemente difettosi. E che, in teoria, i degustatori che rilevano il difetto possano essere in tutto o in parte gli stessi che prima non l'avevano rilevato. Certo, può trattarsi di un problema occasionale o di subpartite, ma la cosa è comunque imbarazzante.

breccolenti giovanni

17:45 | 30 giugno 2012

Sign Tesi, bisogna fare una piccola distinzione fra Dop ed extravergine normale.Mentre l'olio Dop,oltre a un sistema chimico piu' restrittivo, passa per un panel di assaggio ufficiale obbligatorio prima che ne acquisisca il titolo (test che purtroppo servono solo a rilevare un eventuale difetto),per l'extravergine non è cosi',non c'è nessun test a monte che poi mi faccia acquisire il titolo di extra.Io posso vendere il mio olio come extravergine(con le analisi chimiche a posto) senza sottoporlo a nessun assaggio obbligatorio da parte di panel,assumendone le responsabilità che non abbia difetti organolettici.Questo fa si che,vista la grande ignoranza del consumatore verso questo prodotto e visto che in assenze di segnalazioni agli organi preposti non è detta che quegli oli vengano valutati dagli stessi, si trovino tanti extravergini quasi al limite per non dire peggio.E ce n'è di olio al limite(soprattutto nelle fasce a basso prezzo,io li chiamo oli moribondi o in stato comatoso,i famosi oli con l'epiteto "stramaturi"(con qualche dubbio al naso) che hanno perso qualsiasi connotazione di freschezza, con le famose sostanze benefiche(polifenoli),non obbligatorie per l'extravergine, vicino allo zero(badiamo bene,per moribondi non intendo che fanno male ma solo che hanno perso quelle sostanze meravigliose che rendono straordinario questo prodotto),ma che la gente non sa giudicare proprio perche' non sa che un olio piatto è un semplice grasso senza piu' protezioni e quindi sulla via dei vari livelli di ossidazioni fino all'irrancidimento.
Ma la cosa incredibile,con poche lire è facile sperimentarlo visto il basso prezzo di molti oli, è che spesso uno rileva i fruttati stramaturi,l'assenza di piccante e l'inizio di qualcosa di strano e poi guardando la scadenda si accorge che ha ancora un anno e mezzo di "consumo preferibile".Come sara' quell'olio in quella data?
Per quel che riguarda gli oli Dop è vero,troviamo degli oli non propri limpidi,pero' sempre meglio di molti extravergini a cui lei fa riferimento e comunque con caratteristiche chimiche migliori.

tesi stefano

17:01 | 30 giugno 2012

Se può interessare, questo è il mio post appena pubblicato sul mio blog: http://blog.stefanotesi.it/?p=1606

Grimelli Alberto

16:11 | 30 giugno 2012

La notizia, seppure con questo caldo, ha suscitato il dovuto clamore. Era assolutamente prevedibile. L'ondata di indignazione è legittima e giustificata. L'utilizzo di meccanismi fraudolenti per trarre un vantaggio economico, anche laddove non vi sono fattispecie penali, è concorrenza sleale e crea un danno agli operatori onesti e operosi. Nessun malaffare, come è ovvio, può essere tollerato. Le forze dell'ordine hanno il dovere di stroncare ogni illecito, per quanto piccolo possa essere. Il ruolo dei media è però diverso. A dar troppo spesso notizie di piccoli furti e borseggi si fornisce una sensazione di insicurezza che può provocare reazioni scomposte e, in ultima analisi, creare più danni che benefici. Si confrontano due linee giornalistiche diverse, ognuna con le proprie ragioni e le proprie giustificazioni. Vi sono gli "scandalisti" che cercano il titolo ad effetto, la polemica o la provocazione, spesso fine a sè stessa, ritenendo che l'attività di giornalista una missione. Vi è chi utilizza toni più pacati e riflessivi, preferendo riflettere sulle conseguenze dei propri scritti. Gli uni pensano che il lettore vada sempre e comunque scosso. Gli altri ritengono che basti informarlo. Linee di pensiero e di vivere la professione giornalistica.
In una testata di pensiero, quale è Teatro Naturale, gli articoli comunque devono guardare oltre, magari facendo porre al lettore qualche domanda in più, stimolando la sua curiosità, dando luogo agli opportuni approfondimenti e a un po' di dibattito.
Mi fanno piacere quindi gli interventi di Stefano Tesi e Giovanni Breccolenti. Entrambi vanno oltre il fatto di cronaca. DNA, panel test, altro? Il test del DNA per gli oli pone problematiche di natura tecnica. Spesso è così poco il contenuto che anche una contaminazione accidentale può falsare il risultato. Il panel test ha molte pecche ma è stato certamente molto utile nel migliorare la qualità complessiva degli oli d'oliva. Probabilmente va rivisto e ridisegnato, almeno sul fronte della classificazione merceologica. Ne ho parlato tempo fa anche con Marco Oreggia il quale, sinteticamente, ha espresso un concetto corretto. Se un olio extra vergine non deve avere difetti, la solo presenza di un difetto lo fa cadere di categoria, indipendentemente da quale esso sia. Questo semplificherebbe molto il lavoro dei panel test. Troppo semplicistico? Oggi il sistema è assurdamente complicato e non funziona come dovrebbe. Troppi oli vengono "promossi" extra vergini quando non ne avrebbero le caratteristiche per venire incontro a ragioni commerciali. Uno strumento d'analisi, quale dovrebbe essere il panel test, non dovrebbe però funzionare in base a dinamiche di mercato. Un gascromatografo non pensa, dà un risultato.

JENKO Ivan

13:13 | 30 giugno 2012

Bravo. potrebbe essere un inizio e non fine di indagini. Ci sono ancora casi simili. senza pieta.

tesi stefano

12:44 | 30 giugno 2012

Caro Alberto, ero presente alla conferenza stampa della GdF e sono rimasto colpito anch'io sia dalla vastità della truffa che dalla ricchezza di dettagli forniti alla stampa. C'è però una domanda che mi è rimasta sulla punta della lingua e che sto per porre più articolatamente in un posto sulla mia blog-zine.
La domanda è la seguente e me la pongo sia come giornalista, sia come assaggiatore professionista, sia come membro di panel test: poichè, per essere etichettato come extravergine, un olio deve avere non solo i parametri chimici a norma, ma anche quelli organolettici stabiliti dalla legge, come è possibile che un olio con le caratteristiche di quello de quo, cioè "aggiustato" chimicamente e frutto di aggiunte e tagli possa superare quel test probante e quotidiano che è il consumo a tavola?
Tramutando la domanda in affermazione: anche se non "misurabili" legalmente, i sensi ingannano. La porcheria si individua subito, a prescindere dalla sua qualità chimica.
Proprio noi due, del resto, ci siamo trovati di recente, con altri, nell'imbarazzante situazione di dover giudicare insufficienti olii che già erano in commercio come extravergini dop o igp e quindi dovevano pure essere stati "promossi" da una commissione di assaggiatori.
Bada bene: non si parla di olii meno buoni e nemmeno di olii difettati, ma proprio di prodotti inavvicinabili già al naso, pessimi insomma. Niente sfumature, quindi.
E allora?
A che serve il doppio controllo (chimico a monte, organolettico a valle) se poi il secondo può rivelarsi, come chiaramente sappiamo e spesso in effetti si rivela, del tutto inutile?
Ancora: se non fosse stato pizzicato dalla GdF, l'olio della Valpesana sarebbe tranquillamente (anzi: come hanno esplicitato i militari e il magistrato, non si può escludere che in passato sia potuto accadere, anche se ovviamente non ne esistono le prove) finito sugli scaffali con l'etichetta di vari marchi ma sempre come extravergine. Proprio l'extravergine a 2 euro a bottiglia che poi "fa" il mercato.
Ma allora, di che stiamo parlando?
La gente reclama la qualità e poi non la sceglie, è una spirale senza fine.

breccolenti giovanni

11:28 | 30 giugno 2012

Le cose che mi auguro dopo questo grave fatto:
1)Che se ne dia molto risalto e che si arrivi fino in fondo della vicenda,perchè spingerà il consumatore ad aprire gli occhi e ad investire quei 30-40 centesimi in piu' al giorno per cercare oli che diano maggiori garanzie di qualità(vedi scandali al metanolo nel vino e mucca pazza,che spinsero la produzione a migliorare e il consumatore a essere piu' consapevole e esigente).
2)Truffe come queste non potranno piu' avere ragioni di esistere quando verrà (speriamo presto,anche se, visto il silenzio assordante verso questa rivoluzionaria metodica,ho i miei dubbi) ufficializzata la tecnica del DNA per il riconoscimento varietale(la Spagna,la Grecia, la Tunisia,il Marocco, La Turchia hanno le loro cultivar ben definite geneticamente e perfettamente identificabili nell'olio).Mi auguro quindi che si cominci a fare qualcosa in questo direzione.
3)Questo è il momento di agire sul consumatore che fino ad ora è stato assolutamente privo di strumenti conoscitivi per saper distinguere un olio buono da uno scarso.Insegnargli a riconoscere i profumi e i difetti dell'olio,cosi' come la grande importanza dell'amaro e il piccante (che valgono salutisticamente molto di piu' dei 30-40 centesimi al giorno in piu' di spesa per l'acquisto di un olio buono).

caravatti giovanni

09:47 | 30 giugno 2012

giovanni caravatti
Non dobbiamo dare tregua a questi truffatori,anche per piccole partite di olio, si devono fare i nomi e cognomi e, pubblicarli sui più importanti quotidiani.
La gente deve essere informata su quello che mangia.
I grossi titoli non solo per il "bungabunga" ma sopratutto per i truffatori e,per la nostra salute

tauro tommaso

09:12 | 30 giugno 2012

Come frantoiano, mi chiedo.
80.000 quintali di olio, al 15% circa di resa olio, dove sono state molite e/o commercializzate 533.300 quintali di olive?

La Pira Roberto

08:50 | 30 giugno 2012

E' sempre un piacere leggere i suoi articoli

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