Anno 16 | 21 Luglio 2018 | redazione@teatronaturale.it ACCEDI | REGISTRATI

C'era un tempo in cui l'olivicoltura ligure era disprezzata

Oggi sono tornati i pionieri che rifuggono dalla tentazione di spacciare per ligure un extra vergine proveniente da mezzo Mediterraneo. Perchè avevano ragione i Benedettini a voler coltivare su queste pendici Gentile e Taggisca

Oramai sono stati consumati litri di inchiostro e premute intere lettere dei tablet e computer per raccontare la situazione olearia in una delle regioni più caratteristiche per la produzione di extravergine di qualità Italiana: la Liguria.

La storia dell’olio in questa regione risale al tempo dei Romani, che con la Pax Romana consolidò la presenza dell'olivo nell'area mediterranea e intensificò notevolmente la produzione di olio. Con la caduta dell’Impero però gli oliveti scomparvero quasi completamente e furono soppiantati dai boschi. In Liguria l’olivo, piantato ai confini delle proprietà, serviva soprattutto per delimitarne l'estensione. I grassi, allora, erano quelli animali e alla campagna si richiedevano principalmente cereali e legumi; a conferma di ciò, si può ritrovare una petizione ricevuta nel 979 dal Vescovo di Genova da parte di coloni che richiedevano in affitto perpetuo, specificando "esclusi gli oliveti", dei terreni a San Romolo, Taggia e Ceriana.

Proprio grazie ai Benedettini, che nel loro monastero di S. Maria del Canneto a Taggia coltivarono per primi la qualità detta Taggiasca o Gentile. E furono ancora i monaci a risolvere il problema del dissesto idrico tra i terrapieni; essi costruirono muri di pietra ‘a secco’ sulle pendici delle colline, li colmarono di terra strappata al pendio e crearono così le ‘fasce’ (terrazze), formate da strisce di terra pianeggiante.

Da allora la coltivazione dell’olivo in Liguria ha subito un incremento esponenziale innestando alberi da Ponente a Levante.

Tralasciando miseramente l’ignobile costume di imbottigliare olio proveniente da mezzo Mediterraneo e simili come olio extravergine Ligure, mi piace raccontare la fatica di singoli pionieri dell’olio di qualità e di frantoiani onesti che lavorano per onorare un prodotto oramai troppo bistrattato.

Di Domenico Ruffino produttore sopraffino di Varigotti a Finale Ligure, abbiamo scritto fino quasi alla noia. Mille piante curate come facevano davvero i monaci; ma non solo. Come ama definirsi ironicamente lui, oltre a essere un olivicoltore, è un carpentiere dal momento che deve seguire personalmente i chilometri di muretti a secco che circondano il suo panorama mozzafiato che declina sulla Costa Azzurra. Un dato confortante e non del tutto scontato; la sua bravura e professionalità, lo porta a terminare l’olio entro la primavera, un incentivo per tutti gli olivicoltori. Scendendo verso sud a Leivi in provincia di Genova si trova il Frantoio di Mauro Solari, che non solo gestisce in maniera perfetta le sue 900 piante ma frange accuratamente le olive dei suoi colleghi nell’areale circostante, davvero un gran bel lavoro.

Al confine tra Liguria e Toscana, a Castenuovo Magra, Massimo Lagomarsini da anni regala profumi incredibili attraverso la valorizzazione di cultivar autoctone che fino a ora nessuno aveva riportato alla luce: Prempesa, Castelnovina e Razzola.
Onore a Domenico, Mauro e Massimo, tre uomini che, nonostante l’avvilente situazione in cui versa la Liguria dell’olio che permette di spacciare oli anonimi per liguri, fregiandoli spesso di certificazioni improprie, grazie a loro e a tanti altri come loro, la Liguria dell’extravergine artigianale di eccellenza, saprà rialzarsi davvero.

di Fausto Borella
pubblicato il 02 maggio 2014 in Racconti > Quo vadis

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