Anno 16 | 22 Agosto 2018 | redazione@teatronaturale.it ACCEDI | REGISTRATI

Avventati, pazzi e disperati, così nasce Save the Olives contro Xylella

Un progetto culturale per far inascere un territorio che muore: ragione che duella con il complottismo, ricerca che sfida il negazionismo, comunicazione che mette al muro il silenzio

Cari amici di Save the Olives,

La natura ne ha fatto un sentimento, la mitologia una divinità, la religione una virtù. Dio ha posto la speranza alla culla dell'uomo, affinché lo accarezzasse per tutta a vita ed all'ultima ora gli aprisse le porte dell'eternità. Senza questa fedele compagna sarebbe troppo spesso insopportabile il peso della vita, recita una fascinosa enciclopedia di metà '800 appartenuta a qualche mio avo. La speranza, quella che Dante ci avverte di mollare "o voi che entrate". Un'ultima dea, alla greca, che aperto il vaso di Pandora rimaneva l'ultima risorsa per l'uomo: quando ormai il male era disperso per il mondo il magnanimo Zeus ci lasciò Elpis come ultima consolazione.

Al suo opposto la disperazione, che invece annichilisce buttandoci in uno strato di profonda prostrazione. Ci piega, ci spezza e ci inaridisce. Il futuro muore, come l'aspettativa di un amore andato che anche spostando montagne sappiamo non tornerà più. Li dove la vita sembra quasi non abbia più senso, dopo che una madre ha perso un figlio. E inutile tentare, e inutile provare, e inutile sperare. Lei ci chiude con un vuoto abissale negandoci la luce, relegandoci nelle viscere della terra, come un Ciaula che la luna non sa ancora cos'è.

Speranza e disperazione si intrecciano nella nostra quotidianità. A volte le due si compensano per il positivo, per un equilibrio, come qualsiasi altro, che poi tanto male non ci fa (si perché la speranza può esser negativa, come la disperazione positiva). Altre volte invece si uniscono in modo contorto, accoppiandosi e moltiplicando esponenzialmente le loro facce negative. Infatti può capitare che la disperazione sia un coltello che puntiamo al cuore, con la speranza accanto che ne affila la lama con perizia. E l'illusione che una magia possa istantaneamente alleviare il dolore che corrode, quello caricato dentro la disperazione, non è altro che la nostra mano che spinge il coltello giù nel nostro cuore. Spingendoci all'innaturalità che va contro l'idea di vita, quindi di sopravvivenza. Te-l'avevo-detto-che-è-colpa-di-qualcuno se la morte ci attornia, perché non potendo spiegare dobbiamo dare colpe a qualcosa. Disperazione condita con speranza insana cerca uno sfogo, ovunque o qualsiasi esso sia. Colpa che è alla base di ogni antisemitismo, di ogni dittatura, di ogni ogni odio indiscriminato che sbraitando la "verità" delle parole di un Mein Kampf di turno pretende ascolto. Pretende potere. Pretende divisione.

Ma se la speranza spinge al suicidio dettato dalla disperazione, di che stiamo parlando? Che senso hanno queste quattro parole in croce, che neanche Cicerone davanti al suo senato? Che senso ha cercare di mantenere viva la nostra identità cercando una speranza? In barba a Zeus e ai coltelli, un po naive vediamo la speranza nella sua parte gentile: pensiamo che un sorriso sia speranza, che l'amore sia speranza, che la sincerità sia speranza, che appassionarsi con tutti se stessi sia speranza. Che guardare gli occhi di un bambino che non sa cos'è la disperazione sia speranza. Che credere al male e al bene come solo una costruzione mentale dettata dall'incapacità di agire con un'idea sana di armonia sia speranza. Dico questo perché forse vediamo nella speranza un propellente all'ingegnosità, quella che naufraga di Moby Dick, di quell'incapacità di seguire la ragione, si aggrappa su una zattera in mare sperando di vedere terra. Una speranza come un ultimo miraggio sotto il sole che brucia. Cerchiamo speranza perché in fondo siam ragazzi. Non pampasciuni. Costantino in missione ci va in Iraq, Stefano che gira documentari in comunità indigene sudamericane, io che tento di scrivere pagine che talvolta diventan libri. E in un paese troppo vecchio, dentro, tiriamo fuori parole come un urlo di ribellione, immagini come spirito contrario. Tiriamo fuori azioni che tendono a fare qualcosa. Non con l'arroganza di scoprire una risoluzione, ma con la speranza di essere costruttivi dando parte della nostra energia e passione per una causa che sentiamo nostra. Una goccia, una piccola goccia in un mare tanto più grande di noi. E come D'Artagnan incontra i suoi moschettieri, noi troviamo ricercatori, artisti, imprenditori, agricoltori, cittadini di ogni genere, che da tre iniziano ad essere quadrusedici. Ragione che duella con il complottismo, ricerca che sfida il negazionismo, comunicazione che mette al muro il silenzio. Impudenti, avventati, neanche vaccinati al dolore che forse ci aspetta seguendo Athos, Porthos e Aramis.

Abbiamo creato Save the Olives con l'idea di dare speranza alla nostra terra che muore. Abbiamo creato Save the Olives per dare una mano ai nostri ulivi che muoiono ma-che-cazzo-dici-la-xylella-non-esiste-è-colpa-di-monsantoimprenditorieoligarchi. Abbiamo creato Save the Olives per stringer forte quegli alberi che sono in guerra, che siamo in guerra (anche se non sappiamo cos'è e ringraziamo iddio per questa fortuna, ma ne deglutiamo l'asprezza leggendo la Fallaci e Terzani a Saigon). Vi scriviamo per chiedervi speranza per quell'orizzonte cobalto mediterraneo riempito di rosso bauxite da dove nasce l'argento: il nostro argento.

Se ci vedete avventati, gridatecelo ancora più forte, sbruffoni ci darà forza. Se ci vedere sognatori invece, di quelli che sognan ad occhi aperti, prendete in mano il vostro cuore e coinvolgetevi, dateci una mano. Siamo giovani e naive, ma siamo riusciti a mettervi tutti insieme tra le cicale che dopo un brano già ritmavano Vivaldi resuscitato dai Cameristi della Scala di Milano. Quindi siamo qui per ringraziarvi di averci seguito a Tiggiano nel nostro oliveto secolare, e per dirvi che tocca anche a voi, ad ognuno di voi che sentite il mediterraneo casa, si anche tu che leggi queste parole filosofiche a sprazzi volgari, agire e dare indietro qualcosa al vostro Mediterraneo.

Voi tutti, se messi insieme, siete la nostra speranza, siete unione, la più bella delle speranze.

Grazie di tutto,


Agostino e i ragazzi di Save the Olives

di T N
pubblicato il 03 agosto 2018 in Pensieri e Parole > La voce dei lettori

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