Anno 10 | n. 6 | 11 Febbraio 2012 | Direttore LUIGI CARICATO | redazione@teatronaturale.it

Teatro naturale

pubblicato in Editoriali > Editoriali
il 21 Novembre 2009 TN n. 47 Anno 7

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Fare mercato, senza dogmi

di Maurizio Gardini



La “crisi” di rappresentanza delle organizzazioni agricole ha una genesi precisa, che risale agli anni Novanta, quando con la fine della prima Repubblica si è aperto uno scenario politico completamente modificato e frammentato, che ha dato avvio a una fase del tutto nuova della storia del nostro Paese. Una fase che ha messo in difficoltà partiti politici, imprese, semplici cittadini, e, con essi, anche tutte le organizzazioni di rappresentanza, non soltanto quelle agricole.

In un simile contesto, l’agricoltura, come la politica, si è trovata a non avere più i suoi storici e stabili punti di riferimento. Agli agricoltori italiani sono in pratica venuti a mancare le indicazioni, i supporti e quel sapiente e costante ruolo di “guida” storicamente esercitato dalle organizzazioni professionali, dal sistema cooperativo e dal mondo associazionistico, specie quello cattolico.

La scomparsa di un partito come la Democrazia Cristiana ha avuto come conseguenza la rottura di quel collegamento diretto che ha unito per decenni le organizzazioni del mondo agricolo ai referenti parlamentari e di governo. Ciò ha comportato, inevitabilmente, una crescente disattenzione della politica italiana verso l’agricoltura, che pure aveva svolto un ruolo di primaria importanza nello sviluppo economico del nostro paese negli anni del dopoguerra.

La politica ha progressivamente smesso di farsi carico del comparto primario: e il mondo agricolo - con i suoi valori e la sua valenza culturale, la sua enorme potenzialità e la sua valenza economica - è apparso sempre più abbandonato a se stesso. Dall’altra parte, la frattura e il progressivo scollamento tra politica e organizzazioni agricole ha finito per determinare una vera e propria “crisi” di identità di queste ultime: il concetto stesso di rappresentanza è stato fortemente indebolito proprio con il venir meno di quell’interlocutore privilegiato che era stato il mondo politico e istituzionale.

Oggi questa situazione non è più in alcun modo sostenibile. Siamo nel pieno di una crisi economica senza precedenti, che ha avuto ricadute drammatiche su tutto il comparto agricolo. Il sistema agroalimentare è gravato da difficoltà, problemi, situazioni congiunturali, che ne minano fortemente la competitività. Di fronte a tale situazione di crisi, occorre un ripensamento complessivo del ruolo delle organizzazioni di rappresentanza, che sono chiamate a riportare la difesa del reddito dei produttori agricoli al centro della propria azione politico-sindacale.

Tutelare i propri associati vuol dire in prima istanza chiedere alla politica di ridare centralità al comparto agroalimentare che, non lo dimentichiamo, è la prima industria del Paese. Il nostro primo imperativo è pertanto quello di sollecitare le istituzioni e il governo italiano a una reale e organica azione di governo volta a tutelare e sostenere il settore agroalimentare.

Con analoga fermezza dobbiamo poi avviare al nostro interno una nuova importante fase: mettere a punto una progettualità economica di ampio respiro per la nostra base associativa. Perché ci sono cose che vanno chieste alla politica e altre cose che invece competono alle organizzazioni di rappresentanza.

Essere dirigenti di una organizzazione agricola comporta l’obbligo di farsi carico delle difficoltà dei propri associati, di affrontare in maniera pragmatica e concreta i loro problemi, di indicare soluzioni e proporre strategie: esercitare, in altre parole, quella funzione di guida che è storicamente appartenuta alle organizzazioni agricole.
È questa la strada che ho tracciato per Fedagri-Confcooperative nel momento stesso in cui ne ho assunto la presidenza. Sin dal mio primo giorno alla guida della principale organizzazione di rappresentanza della cooperazione agroalimentare (3.700 cooperative associate, 500.000 soci e un fatturato complessivo che supera i 25 miliardi di euro), mi sono presentato alla struttura e alla mia base associativa con la ferma intenzione di avviare un progetto economico associativo che appartenga a tutti. E che veda coinvolti, uno ad uno, tutti i dirigenti delle cooperative, fino all’ultimo socio.

Questo è il mio obiettivo: far sentire i soci delle cooperative di Fedagri parte integrante e attiva di una progettualità che porteremo avanti insieme. Che cosa ci proponiamo con il nostro progetto è presto detto: trasferire valore aggiunto e portare reddito alle nostre cooperative.
Tutelare l’intera filiera agroalimentare, dal campo alla tavola: è questo il nostro intento. Il che vuol dire difendere la redditività del socio agricoltore, così come offrire garanzie di sicurezza e qualità al consumatore finale. Per far questo è necessario agire su diversi fronti: abbattere i costi di produzione, ridare competitività ai prodotti, aiutare le cooperative a rafforzarsi economicamente, dare nuovo impulso all’export, ridurre il peso della burocratizzazione.

Oggi alcune organizzazioni professionali concentrano la loro attenzione su temi non esaustivi: è fin troppo evidente che battaglie come la difesa del made in Italy e l’etichettatura appartengono a tutti, non hanno bandiere, non sono gialle o bianche o rosse. Tutelare la filiera agroalimentare tutta impone, invece, di non fare “battaglie di nicchie”, di non presentarsi con “dogmi” di filiere corte o lunghe.

A noi preme soltanto una cosa: che la filiera sia efficiente e che dia reddito al produttore agricolo. Abbiamo una agricoltura forte, prodotti di assoluta qualità e un modello d’impresa, quello cooperativo, che è un vero e proprio baluardo, in virtù del suo forte legame con il territorio e con il socio produttore. Il nostro compito come organizzazione di rappresentanza è di far sì che le nostre cooperative riescano a collocare con successo le proprie produzioni. A noi sta a cuore, in altre parole, che l’azienda agricola sia in grado di fare mercato, non importa se la sua competitività sia al di là dell’Oceano o nei mercati sotto casa.



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