Anno 10 | n. 20 | 21 Maggio 2012 | Direttore LUIGI CARICATO | redazione@teatronaturale.it
Siamo effettivamente in una società che vuole scoprire il nuovo cercandolo nel vecchio. Stiamo attraversando un tempo in cui dall’indistinto si vuole giungere al tipico. Con molte contraddizioni però. Ricordate infatti i tempi in cui si sbandierava la voglia di genuino? L’espressione un po’ abusata di “prodotto genuino” serviva allora quale testa d’ariete per sfondare le resistenze di coloro che diffidavano dei prodotti industriali. Poi venne una parola magica e risolutiva: “qualità”. Questa è ancora oggetto di eccessi e di approcci sbrigativi ed estemporanei, al punto che non tutti i consumatori sono riusciti nel frattempo a inquadrarne il significato con lucida chiarezza. Quanto viene proposto in commercio “è” ipso facto di qualità. Peccato però che non si riesca a qualificarla in maniera più precisa e circoscritta. Non esiste infatti un solo e unico attributo che giustifichi il ricorso al termine qualità, ma tante espressioni diverse che insieme “fanno” appunto la qualità. Ma nemmeno il tempo di risolvere le incertezze sul riferimento alla qualità di un prodotto che già oggi la nuova parola d’ordine è “tipico”. Per ottenere dunque il massimo delle attenzioni, è necessario semmai ribadire con assoluta convinzione che il prodotto che si pone in vendita è “tipico-genuino-e-di-qualità”; che non corrisponda al vero sembra essere un fattore secondario. L’importante per molti è vendere l’immagine, far percepire nei suoni delle parole ciò che poi non si riscontra nel prodotto. C’è sempre qualcuno che ci abbocca, sostengono alcuni. L’impulso all’acquisto va d’altra parte continuamente suscitato; già, finché dura. Ma è davvero la giusta strada da percorrere, questa? Non credo. Sarebbe piuttosto il caso di recuperare il significato più intimo di ciascuna parola e non vanificarlo banalmente con vuoti slogan senza alcun peso. Alla lunga il consumatore sa rendersi conto dell’inconsistenza di alcuni messaggi.
Oggi peraltro è assai importante insistere sulla valorizzazione delle produzioni tipiche. Lo richiede il mercato. L’alimento non si esaurisce più nella sola valenza alimentare fine a se stessa. La scelta di un prodotto avviene in funzione di molteplici fattori. Non vale più considerare l’alimento come cibo che apporta unicamente energia all’organismo. La scelta è anche di natura edonistica e culturale, contraddistingue e delimita un’appartenenza e un modo di essere. Da qui, dunque, occorre ripartire, per rilanciare parole rese oramai puro suono e ridare un senso più concreto e veritiero a ciascuna parola. Da qui, infine, il percorso della qualità, che non può certo prescindere da valori intrinseci al prodotto, strettamente connessi a genuinità e tipicità. Il percorso che si dovrà delineare in futuro va finalizzato alla individuazione di un prodotto che non sia più da considerare di massa, ma elitario.
La tecnologia degli alimenti mette oggi i produttori nelle condizioni di servirsi di strumenti idonei a valorizzare la tipicità delle produzioni agro-alimentari. Per giungere a ciò è necessario fare un salto in avanti che finora non è mai stato compiuto: investire in ricerca, anziché sprecare inutili risorse in progetti inutili e mangiadenari. Diversamente non si possono in alcun modo fornire solidi contenuti a parole come tipicità-qualità-genuinità. Suonerebbero vuote e senza alcuna efficacia nel lungo periodo. Dopo gli abusi dei decenni appena trascorsi, occorre cambiare rotta.
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