Anno 10 | n. 20 | 21 Maggio 2012 | Direttore LUIGI CARICATO | redazione@teatronaturale.it
L’Italia ha molti problemi. Uno dei più spinosi e irrisolti è quello di vivere una drammatica e profonda contrapposizione tra le parti, segnando così uno iato, in molti casi incolmabile, tra destra e sinistra, tra bianco e nero, tra alto e basso. Insomma, i guelfi e i ghibellini ancora combattono la propria personale battaglia, resistendo ad ogni buon senso.
E' quanto ovviamente accade tra i vari soggetti implicati, più o meno direttamente, anche nel mondo dell’olio di oliva. Mi spiace per quei lettori che subiscono la mia insistenza sulle problematiche di un comparto che evidentemente sta molto a cuore al settimanale "Teatro Naturale", ma, d'altra parte, la nostra rivista è una voce importante per tutto il settore. Non possiamo trascurarne le molte problematiche, le quali peraltro a ben osservare si possono replicare tal quali, seppure con qualche lieve modifica e adattamento, ad altri settori della nostra agricoltura.
Veniamo al dunque. C’è, non ancora scalfita, la pessima abitudine di contrapporre i vari attori della filiera, considerando soprattutto cattivi nemici quelli che fanno parte delle cosiddette aziende di marca. Ed è un grave errore che si ripercuote sugli equilibri e sulle dinamiche del comparto. Perché con un simile atteggiamento si stanno svuotando di valore, di senso e di identità tutti i grandi marchi storici, quelli che, non a caso, hanno fatto grande il nostro Paese, rendendo di fatto possibile il successo del made in Italy nel mondo.
Al di là delle apparenze, la situazione attuale non è tra le più felici. La Spagna ci sta dominando, avendo acquisito marchi come Carapelli e Sasso, e avendone di mira altri, altrettanto considerevoli per importanza e fatturato.
Sì, è la solita litania, qualcuno potrà dire, ma è bene sentirne sempre il suono, costantemente, per non dimenticare il proprio ruolo all'interno del comparto. Affinché si vegli sul futuro del nostro mondo produttivo. Già, perché la campagna acquisti spagnola non si limita qui.
C’è da aver paura solo a pensarci: tra Puglia e Calabria sono diventati infatti di proprietà spagnola ben sei grandi frantoi. Chi sottovaluta la realtà non immagina le ripercussioni, perché è indotto a ignorare le reali intenzioni della strategia conquistatrice da parte degli iberici.
Con la prossima campagna olearia - è questa la novità, comunicata recentemente dal direttore Unaprol Ranieri Filo della Torre - tali frantoi, ora in mano iberica, effettueranno la molitura delle olive allla tariffa, irrisoria,di 2 euro al quintale, mentre a noi – giusto per avere un’idea – la lavorazione delle olive costa sette, otto volte di più.
Si può ben comprendere l’effetto tsunami che ci sarà tra breve.
Sarà - immagino - una stagione da crisi nerissima. Anche perché, sempre quest’anno, la Spagna ha acquistato 50 aziende agricole, buona parte delle quali ubicate in Toscana, Umbria e Puglia, proprio laddove c’è maggiore convenienza e visibilità.
Di questo passo, il mercato della cosiddetta nicchia diventerà più difficile e arduo per chi non sa gestire correttamente i costi di produzione e non dispone di una buona struttura commerciale.
Ebbene, alla luce di tutto ciò, cosa succede in Italia? Si discute sul nulla, si ignora la portata dell’agguerritissima avanzata spagnola, e nel frattempo si dibatte, per puro diletto, sul sesso degli angeli, anziché contrapporre una linea comune di difesa e di contrattacco.
Così, in questa Italia rissosa e sbadata, vi sono alcuni che solo per il gusto di essere contro si divertono a sparare a zero sulle poche grandi famiglie che ancora si occupano di commercio d’olio, facendo volumi e fatturato.
L’idea dominante è che chi è grande è, in quanto tale, ipso facto cattivo, da considerare nemico.
La cosa strana, tuttavia, è che questo atteggiamento di chiusura mentale venga riservato solo all’olio extra vergine di oliva, e non ad altri prodotti alimentari.
Nessuno ci pensa, ma in fondo è una battaglia risibile, che non arreca nulla di buono al comparto oleario italiano.
La soluzione invece c’è: armonizzare la filiera, consentendo a chiunque di avere margini di guadagno adeguati con l’obiettivo di favorire l’acquisizione di una sana cultura dell’olio.
Solo il consumatore informato può difendersi dalle speculazioni e salvare, di conseguenza, il comparto oleario tutto, dal contadino all’industriale, al commerciante.
I lavori del progetto “Il risorgimento dell’olio italiano”, di cui "Teatro Naturale" si è fatto promotore, puntano proprio a questo: a salvaguardare la nostra tradizione olearia al di là di ogni appartenenza. Si tratta espressamente di un tavolo di filiera che con settembre giungerà, a Dio piacendo, alla stesura di un testo, ovvero di un documento programmatico largamente condiviso e (si spera) sottoscritto da tutti gli attori della filiera, consumatori compresi.
Ce lo auguriamo di cuore, se così non fosse sapremo a chi imputare la colpa di non crederci, di non fare il possibile.
Per concludere, al di là delle appartenenze, al di là dei guelfi e ghibellini in versione moderna e post-moderna: al primo posto dovrà esserci sempre l’olio extra vergine di oliva, solo e soltanto l'olio extra vergine di oliva.
In seconda battuta verrano invece gli interessi di parte, in un’ottica comunque di massimo rispetto per le regole condivise.
Il mio invito è di evitare di gettare fango su un sistema che finora ha retto bene, ma che sta iniziando a perdere colpi, per mancanza di uno sguardo lucido sul futuro.
Il nemico è dentro e fuori di noi. Prevalga allora l'intelligenza sulle vecchie logiche fatte di contrapposizioni e divisioni.

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