Anno 10 | n. 6 | 11 Febbraio 2012 | Direttore LUIGI CARICATO | redazione@teatronaturale.it

Teatro naturale

pubblicato in Editoriali > Editoriali
il 04 Novembre 2006 TN n. 44 Anno 4

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IL "NERO" IN AGRICOLTURA

di Stefano Tesi

In agricoltura, il cosiddetto lavoro nero spesso non solo non è una piaga, ma è una necessità condivisa, accettata e addirittura richiesta. Anzi: finisce per essere il punto di convergenza "naturale" di comuni interessi tra il datore di lavoro e il lavoratore. Nessuna costrizione o sfruttamento quindi (sia chiaro: non dico che le prevaricazioni non esistano, dico che non sempre è così, anzi...), ma un necessario, opportuno, inevitabile scavalcamento della muraglia economico-retorico-burocratica che impedisce alle aziende di dare lavoro e ai lavoratori di trovarlo. In pratica: spesso il lavoro, che conformisticamente si chiama "nero", risulta l'unica forma di occupazione possibile e praticabile. Se non esistesse, non solo le aziende chiuderebbero e/o non svolgerebbero l'attività, ma neppure tanta gente pienamente abile al lavoro troverebbe un'occupazione che spesso, al netto, è retribuita quanto e come il cosiddetto lavoro "regolare".

L'alternativa quindi non è affatto lavoro nero-lavoro regolare, ma è lavoro nero-nessun lavoro. Sottolineo con forza che ciò vale per ambedue le parti sociali e non unicamente per quella datoriale. Se non ricorressero al lavoro "nero", molte aziende olivicole, ad esempio, non raccoglierebbero le olive: e tu sai quanto poco redditizia sia certa olivicoltura collinare e quindi quanto poco di "speculativo" ci sia in essa e nella manodopera che la medesima utilizza. Idem dicasi per le aziende cerealicole dell'interno: se non ci fossero i baby-pensionati agricoli cinquantenni e perfettamente integri fisicamente, ai quali affidare l'esecuzione dei lavori, molte aziende rinuncerebbero a coltivare. Ciò si potrebbe considerare una conquista sociale? Un'azienda chiusa, che equivale all'abbandono dei terreni con tutte le sue conseguenze, è dunque un bene per la società? Ed è un bene per i lavoratori a cui essa comunque dà un'occupazione - un'occupazione ben retribuita, non tassata, libera da obblighi e responsabilità e quindi a tutto vantaggio del lavoratore - che l'azienda chiuda?
No, a mio parere non lo è, come non dovrebbe esserlo per chiunque abbia un briciolo di cbuon senso, non sia accecato dalla retorica ideologica e sappia di cosa parla.

Ma la realtà va oltre. E lo dico per consumata esperienza.
Molti sanno, anche se fanno finta di nulla, che esiste un sistema ben organizzato tra i lavoratori extracomunitari per cumulare i benefici del lavoro avventizio con quelli del lavoro "nero", scaricando però sul datore di lavoro tutti gli oneri e i rischi.
Il meccanismo è semplice e diabolico.
Approfittando del grande fabbisogno di manodopera, costoro si fanno assumere come avventizi, ma ottenendo in realtà un trattamento economico e benefici tali e quali (stipendio, casa, auto in uso, etc.) che fossero assunti a tempo indeterminato,. Come avventizi, inoltre, riscuotono ricchi sussidi e indennità dallo stato. Poichè, proprio per mantenere tali benefici, devono mantenere lo status di avventizi (non possono dunque far risultare più di 121 giornate "lavorate" all'anno: almeno mi sembra, perchè sul numero vado a memoria), non solo pretendono che l'azienda per la quale lavorano li assuma in nero per le restanti giornate, ma addirittura, durante i giorni festivi e le ferie, vanno a proporsi ad altre aziende bisognose di manodopera, ma "esigendo" di lavorare in nero o niente. Ovviamente spesso raggiungono lo scopo, guadagnano il doppio, truffano lo stato e scaricano sul datore di lavoro rischi e responsabilità.

Ho toccato con mano questo scandaloro fenomeno (e farei vedere la tracotanza con cui i caporali neri trattano le condizioni per sè e i sottoposti) proprio in occasione della raccolta delle olive dell'anno scorso.
Se dunque è l'operaio (o il pensionato, per non perdere la pensione) a pretendere di lavorare in nero, chi è il "cattivo"? Perchè devono semre farne le spese le aziende, pressate da un lato dal fabbisogno disperato di manodopera, da un altro dal ricatto del lavoratore che vuole lavorare in nero o nulla, da un altro dall'ufficio del lavoro che indaga e controlla e da un altro infine dalla necessità stringente di esercitare l'attività o di chiudere bottega.
Ecco, la realtà è questa.

Ripeto: così non voglio difendere gli abusi, il caporalato, lo sfruttamento. Ma bisogna dire la verità e raccontare le cose come stanno. La retorica, l'ideologicizzazione, i partiti presi e la convinzione che i "deboli" stiano sempre da una parte sola è sbagliato e disonesto.
Oggi tutto o quasi il settore primario è struttralmente "debole". O se ne prende atto oppure si lascia che accada ciò che a molti appare ormai ineluttabile: la fine dell'agricoltura tradizionale, ovvero il 70% di quella italiana.

di Stefano Tesi

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il 04 Novembre 2006 TN n. 44 Anno 4

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