Anno 10 | n. 20 | 21 Maggio 2012 | Direttore LUIGI CARICATO | redazione@teatronaturale.it
L'errore di molti tra coloro che orbitano intorno al mondo agricolo - che siano i capi, carismatici o meno, dell'associazionismo di categoria, o quei decani del giornalismo che si autoeleggono "maestri" - è di essere visibilmente di parte. Alcuni sono vicini agli interessi dei grandi gruppi industriali e ne sostengono in maniera puntuale le ragioni di fondo. Altri, al contrario, sono a favore esclusivo delle piccole aziende, parte debole del sistema produttivo e bisognose perciò di una maggiore considerazione. Ma in un dualismo che sembra non lasciare spazi a eventuali alternative, sono pochi coloro che hanno realmente a cuore l'agricoltura. E piuttosto rari, in un simile contesto, sono quei momenti aperti a una visione d'insieme unitaria, sganciata da particolarismi e appartenenze. Restano dunque rigidamente fisse e immutate le rispettive posizioni. Non esistono vie di mezzo. O con le aziende di marca o con i produttori. Come se il confronto dialettico fosse da evitare perché inutile e inopportuno. Come se affrontare il futuro dell'agricoltura con una visione nuova e più omogenea fosse l'ultimo dei pensieri possibili. Così, si preferisce nel frattempo lanciare degli strali contro un nemico immaginario. La globalizzazione, per esempio. O la grande distribuzione organizzata. E si perdono intanto quegli utili momenti di coesione e di sinergia tra le parti, pur necessari per far fronte comune nei mercati e vincere in concorrenzialità e immagine. Mentre gli schieramenti si fanno sempre più netti, le piccole realtà produttive, quelle che si pensavano deboli - perché in gran parte strutturalmente lo sono - si dimostrano al contrario più sollecite del previsto al cambiamento; aperte alle evoluzioni del mercato, si presentano al fianco delle grandi imprese senza per questo perdere in dignità e identità.
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