Anno 10 | n. 6 | 11 Febbraio 2012 | Direttore LUIGI CARICATO | redazione@teatronaturale.it
In attesa dell’annunciato volume in cui sarà raccolta l’intera opera poetica di Giampiero Neri, tra gli Oscar Mondadori, ascoltiamo volentieri un suo giudizio circa l’infelice situazione dell’attuale sistema bancario in Italia.
Neri, pseudonimo di Giampietro Pontiggia, ha lavorato in banca per quattro lunghi decenni. Un mestiere ereditato, visto che il padre Ugo era stato a sua volta procuratore di banca.
Lo stesso fratello Giuseppe, il noto scrittore prematuramente scomparso il 27 giugno 2003, dopo alcuni anni di sofferto impiego in un contesto che gli era intimamente estraneo, ha poi esordito in narrativa proprio con il romanzo dall’emlematico titolo “La morte in banca”.

Dopo i noti casi di malcostume, di cui siamo purtroppo testimoni impotenti, non potevamo certo trascurare la voce di chi, come te, nelle banche ci è stato per quarant’anni a lavorare. Perché è accaduto tutto ciò? E’ forse diventato un luogo abietto la banca?
L’errore umano è alla radice delle nostre azioni, ma in tutta coscienza devo dire che questi scandali sono soltanto cose di oggi; e si può capire il perché. L’importanza della banca – che una volta aveva un compito, anche molto più limitato, di raccolta e di distribuzione della ricchezza, attraverso prestiti per chi ne aveva bisogno per allargare il proprio giro di affari e i propri interessi – è diventata oggi qualcosa d’altro e di diverso. Con l’avvento del mercato comune, della mancanza di frontiere sono passate di mano i gruppi proprietari di banche e hanno così cambiato volto. Si è instaurato un principio per cui l’economia viene prima di tutto, mentre cinquant’anni fa non era così, c’era anche l’etica insieme all’economia. L’etica aveva un suo peso, molto preciso: imponeva certi confini all’agire bancario. La situazione è molto cambiata, com’è cambiato il mondo, in fondo.
I cambiamenti del mondo sono ora positivi, ora negativi. Da una parte il progresso con i suoi vantaggi, dall’altra la caduta morale della società. Cosa ne deduci? Vi è ancora spazio per l’ottimismo?
Sono fondamentalmente ottimista, però sul fronte dell’etica l’arretramento cui stiamo assistendo mi preoccupa molto.
Nel libro biografico di Pietro Berra (Giampiero Neri. Il poeta architettonico, 2005) hai dichiarato che la banca non ti è stata matrigna...
Assolutamente no, io ci ho vissuto quarant’anni e tutt’oggi vivo con la pensione della banca, ch’è dignitosa. Ho terminato con il grado di procuratore, quindi impegnavo la banca con la mia firma, non ero l’ultimo arrivato, e questo grazie al mio amico direttore Morbioli. Tra l’altro, proprio in questi giorni riflettevo sulla società McDonald’s, la quale aveva aperto il suo primo conto in Italia presso la Banca Commerciale Italiana. Ebbene, quel conto l’avevo aperto io, cosa di cui mi glorio ancora adesso. Non è (sorride) una grande operazione che ho fatto, però in qualche modo sono contento di averla fatta. Ho saputo ora che la McDonald’s dà lavoro a dodici mila dipendenti; ecco, questo mi fa piacere.

Se tu dovessi ricominciare daccapo, ritorneresti a lavorare in banca oggi, così come sono strutturate?
Questa è una domanda molto difficile. Io credo di no. Credo che questa nuova idea di banca mi sia estranea. Io avevo rapporti con la clientela di tipo personale. Adesso questo tipo di rapporti mi sembra che non abbia più un significato. Si va più per numeri, per presentazioni di bilanci, di situazioni patrimoniali, insomma: c’è sempre meno spazio per l’uomo. La banca non è più a misura d’uomo. Questo lo possiamo dire, malgrado la pubblicità si prodiga in questo senso.
Si tende a vendere un prodotto e un’anima che non c’è...
Sì, che non c’è, che non c’è...
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