Anno 10 | n. 5 | 10 Febbraio 2012 | Direttore LUIGI CARICATO | redazione@teatronaturale.it
di T N
Così si racconta Elena Franco: “Sono nata a Milano il 21 novembre1968; ho effettuato studi classici. Successivamente mi sono iscritta e frequentato all’Università Statale di Milano la facoltà di Giurisprudenza.
Ho lavorato prima presso un assicuratore e poi in uno studio di dottori commercialisti.
Nel 1996 ho incontrato il mio futuro marito e compagno di lavoro.
Nel 1999 mi sono trasferita definitivamente in Oltrepo e da lì ho cominciato con l'azienda agricola Fortesi la mia nuova vita e avventura.
L’azienda nasce a tutti gli effetti nel Maggio 2000.

Da quanto tempo si occupa di agricoltura e con quali risultati?
Ho iniziato nel 2000 con mio marito Filippo, avviando un’azienda vitivinicola in Oltrepo Pavese e poi rilevando in toto l’attività di mio suocero.
Lui originario della zona e già nel settore essendo la quarta generazione ad occuparsi di vino ed io milanese trapiantata per amore della zona e per sfuggire al caos cittadino.
I risultati sono stati notevoli, di crescita e di miglioramento, di studio e di tentativi in alcuni casi riusciti ed in altri da rifare da zero per ottenere un prodotto che rispecchiasse la nostra filosofia “rispettare il territorio e le tradizioni, le viti e la terra, le uve nel loro massimo possibile”.
A livello personale abbiamo fatto passi da gigante e siamo cresciuti anche come persone, oltre che come produttori; purtroppo ci scontriamo con un mondo enologico non acculturato o spesso fuorviato dalla nomea dell’Oltrepo.
E’ soddisfatta, perplessa o preoccupata?
Posso dirmi soddisfatta dal cammino percorso con le sole nostre forze, l’ingegno e la volontà di riuscire a fare sempre meglio; allo stesso tempo devo dirmi perplessa per la scarsa curiosità di chi lavora nel settore per le novità (a livello di prodotti o di nuove e piccole realtà), la mancanza in alcuni casi di informazione corretta per il consumatore finale e soprattutto preoccupata per il futuro del settore che denota un calo dovuto forse più alle esagerazioni di alcuni vini (che peraltro meritano la fama che hanno e che hanno contribuito a creare il made in italy al livello che oggi ha).
Perché il mondo rurale ha perso in centralità e importanza negli ultimi decenni?
In parte perché è stato sottovalutato e considerato il fanalino di coda di molti altri e più redditizi settori; in parte perché non si è fatto sentire, se non per casi eclatanti, e non ha presentato richieste esplicite e improrogabili.
Crede che il comparto agricolo possa restare ancora un settore primario in Italia?
Certamente è stato ed è tuttora un settore estremamente importante per l’economia del Paese. Deve solo prenderne conoscenza e non sottovalutarsi, rimanere ben conscio delle proprie possibilità e risorse (che sono enormi e, se vogliamo, inestinguibili).
E lei perché ha scelto di operare in agricoltura?
La mia scelta è stata dettata soprattutto dall’amore. Per mio marito, per la sua terra, per il suo lavoro, che poi è diventata anche la mia terra e il mio lavoro. Amore per le cose buone e ben fatte, naturali, genuine e tradizionali; amore per il futuro che deve essere di qualità e rispettoso dell’ambiente che ci circonda; amore per la natura che non deve essere assoggettata alle nostre regole, ma che siamo noi piuttosto a dover seguire assecondandola.
Un aggettivo per definire il mondo agricolo?
Ci vorrebbe più di un aggettivo. Probabilmente “marziano”: come la vita che sul pianeta rosso non c’è più! Per trovare un prodotto naturale e originale, nel mondo agricolo, ormai sono necessari i robottini della Nasa!
Un aggettivo per definire invece le associazioni di categoria?
Per la mia breve esperienza, le associazioni di categoria (io sono iscritta alla Cia) sono valide; anche se hanno tanti associati, cercano di soddisfare le richieste di tutti; l’unica cosa è non pretendere di avere tutte le risposte subito; dar loro il tempo di approfondire la richiesta e trovare la risposta giusta per ognuno.
Rispetto a molti professionisti, oltre che più economiche (che per un’azienda all’inizio vuol dire molto), sono anche più presenti, affidabili e precise.
Una parola d’ordine per l’agricoltura di domani?
Qualità. Ritengo che ogni comparto possa diventare remunerativo se bene impostato e puntando a ottenere il meglio.
Se dovesse consigliare a un amico di investire in agricoltura, quale comparto produttivo suggerirebbe?
Pare che tuttora ci sia un grande boom di veri (e sottolineo veri!) agriturismi o bed and breakfast.
Un imprenditore agricolo che ritiene possa essere un modello a cui ispirarsi?
Sicuramente un domani vorrei (o meglio, mi piacerebbe) assomigliare alla mia nuova Presidente dell’associazione “Le Donne del Vino”, la signora Pia Donata Berlucchi.
A livello maschile, c’è solo l’imbarazzo della scelta, e non vorrei citare i soliti nomi; un uomo che ha fatto riflettere, sia me che mio marito, è sicuramente Nicolas Joly: abbiamo scoperto la sua filosofia e letto il suo libro con tutto ciò che dice; era in noi senza saperlo: cioè noi già cercavamo di applicare le sue idee e seguire il suo modo di “fare agricoltura”, prima di scoprirlo.
Un ministro agricolo al quale sente di esprimere pieno apprezzamento?
Per i ministri ammetto la mia ignoranza in materia. Non saprei cosa rispondere. L’unico di cui ho sentito, è l’attuale, il ministro Alemanno; dei predecessori non ho memoria.
Le certificazioni di prodotto sono davvero utili al consumatore o lo confondono?
Sono utili sia al consumatore cha al produttore. Per il consumatore sono, se applicate e seguite con cura e precisione, uno strumento in più per avere sicurezza nella scelta di un prodotto o di un’azienda; per il produttore, sono uno stimolo in più a fare sempre meglio a non dormire sugli allori, ma a stare sempre al passo con i tempi e le richieste di mercato.
Basta pensare all’ultima idea di Veronelli: il prezzo sorgente, già questa è una novità che darebbe maggiore trasparenza e sicurezza, stroncando sul nascere tante e troppi polemiche.
Un libro relativo al mondo rurale che consiglierebbe di leggere?
Il testo più bello e completo che ho avuto il piacere di leggere è sicuramente Il vino di Hugh Johnson, una sorta di biografia del vino (ottimo!), ma non è da meno un libricino scritto da Luca Della Bianca e Simone Beta intitolato Oinos, legato soprattutto al vino nel mondo greco.
Un libro di narrativa, poesia o saggio che non si può non aver letto?
Non sono una grande amante nè di saggi (nel senso stretto di questo termine) né di poesie; ho sempre letto tanto sin da bambina (merito di un’insegnante di letteratura). I romanzi che andrebbero letti sono moltissimi e forse citarli sarebbe cosa lunga. Sicuramente Siddartha di Hesse, Sarum di Rutherfurd, La profezia di Celestino di Redfield e La storia di Sofia di Gardeer.
Non ho una gran passione per i cosiddetti classici, ma mi è sempre piaciuta la poesia medioevale e cortese (il Tasso in primis) e alcuni poeti e tragici greci (dal più famoso Omero ad Eschilo o Sofocle; anche questi retaggi scolastici). E poi non ho perso uno dei romanzi di Joan Harris da Chocolat, a Vino, patate e mele rosse, al suo ultimo libro di cucina.
Perché gli italiani, e gli agricoltori in particolare, non leggono?
Per pigrizia. E per “ignoranza” soprattutto, nel senso che i giovani non vengono né educati né stimolati alla lettura. Se si aggiunge il costo medio di un romanzo ( non dico poi un libro specialistico o di settore!), il gioco è fatto e la gente preferisce spendere in qualcosa di diverso.
In più oggi nell’era del pc e di internet, esistono bigini virtuali.
Un gran vero peccato, perché il libro stimola la fantasia e ti permette di creare da te gli sfondi e immaginare i personaggi, dando loro volti, colori, timbri di voce, movenze; non come li vede il regista del film o del telefilm e nemmeno come li immaginava l’autore: un gran vero peccato!
di T N
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